Archivio di Marzo 2007

Il Cristo di cioccolata

Sabato 31 Marzo 2007


Si tratta della provocazione dell’artista italo-canadese Cosimo Cavallaro, esposta al “Manahattan Lab Gallery” di New York. L’opera si chiama “Dolce mio Signore” ed è costituita da 90 Kg di cioccolata. Sarà fondente o al latte? I cattolici di New York si sono scandalizzati e hanno chiesto di ritirare l’opera, anche perché il Cristo è completamente nudo. Per Bill Donohue, della Catholic League, si tratta di “uno dei peggiori attacchi alla sensibilità cristiana di sempre”.

A una provocazione si può reagire con indignazione, e io non critico chi lo fa. Le sensibilità di ciascuno sono da rispettare. Per mia formazione e stile però non mi metto su quella strada. In fondo può essere l’ennesimo modo di farsi pubblicità e di fare denaro mediante Gesù Cristo, ma soprattutto potrebbe riflettere una sfida secolare contro la sfida cristiana. Alla provocazione di Dio fatta alle potenze del mondo non ci si può aspettare tappeti di rose. E Cristo stesso lo ha imparato sulla propria pelle.

All’indignazione preferisco l’ironia, ma tendo anche a “utilizzare” lo scandalo per pensare e fare pensare. Se parliamo fra di noi vanno bene anche i discorsi edificanti recitati con tono devoto. Ma se parliamo a un’umanità distante anni luce dagli schemi religiosi allora l’utilizzo delle provocazioni è più efficace. Si inizia con un sorriso e forse si finisce con una riflessione. Questo è un discorso metodologico, se volete “pastorale”. Ma il metodo è giù contenuto.

Ci sono alcuni punti che voglio sviluppare velocemente e che trovo attinenti al periodo Pasquale che sta per iniziare.

1) Il Cristo è nudo. Ci sono anche dei dipinti che ritraggono Gesù nudo sulla croce. E’ scandaloso ed imbarazzante. Non si sa bene se nella realtà fosse stato denudato, c’è qualche segreta che lo sostiene. Ho letto però che probabilmente non lo era. Sia come sia il Dio in croce non ha subito solo dolore fisico, ma anche l’umiliazione della sua dignità. Oggi il cristiano, almeno da noi in occidente, non è perseguitato nel fisico ma nella sua dignità. Si rigonfiano i polmoni coloro che insultano e che trattano l’essere cristiano come una degradazione della civilizzazione: siamo fondamentalisti, fanatici, bigotti, credini e iddioti (per Odifreddi, cioè credenti cretini e adoratori di Iddio), infantili, irrazionali… Un giovane si vergogna di dichiarasi cristiano, se va a Messa i suoi lo deridono, anche a scuola perfino i più praticanti fanno premesse con le quali prendono distanza dall’obbedienza al magistero o dalla sintonia con il Papa e i Vescovi. Oggi è molto più controcorrente dichiararsi fedeli alla Chiesa che essere menefreghisti o atei. Teniamo giustamente al nostro onore e temiamo giustamente di essere svergognati per una fedeltà religiosa. Tutto comprensibile, ma il Signore, ritornando, ci guarderà con rispetto o si vergognerà di noi? Lui, figlio di Dio, ha saputo tirare avanti per la sua strada fino all’umiliazione totale di farsi riprovazione e peccato. La nudità rappresenta questa. In un tempo in cui la croce è diventata orpello e ha cessato di scandalizzare, ritornare a provare scandalo per la sorte di Gesù può essere salutare, riavvicinandoci alla crisi aperta da un Dio che entra nel rifiuto più radicale, e ritornando a vedere Cristo solidale agli umiliati della storia.

2) Quel Cristo di cioccolato si mangia. Un altro modo per dire: ecco il mio corpo dato per voi. Un corpo buono, nutriente, serotoninico. Non è questo la Pasqua? Perché usiamo le uova di cioccolata? L’uovo è simbolo vita e la cioccolata è buona: con la Pasqua si inaugura una “buona vita”. L’opera “Dolce mio Signore”, fin nel titolo, ci rimanda ironicamente e provocatoriamente a una verità “portatrice”, cioè fondativa, di speranza: l’offerta da parte di Dio della vita buona. Quell’umiliazione, subita inevitabilmente quando l’Innocente entra tra i lupi feroci che siamo, aveva lo scopo di regalarci (le uova di Pasqua si regalano) una vita nuova. La golosità che in genere si manifesta nei confronti della cioccolata richiama il bisogno profondo, viscerale, di quella salvezza. È un’immagine di buon auspicio, perché dice che la salvezza di Dio, il problema Dio, non è vero che è rimosso dalla nostra contemporaneità ma sta nel suo fondo, come nostalgia a volte inespressa, inconfessata perfino a se stessi, ma c’è. Ci vuole coraggio ad ammettere il desiderio di amore assoluto, svincolato dalla morte, e la speranza che questo desiderio di felicità sia rintracciabile nella storia di Cristo. Dobbiamo fare i duri, fare gli anticlericali, gli atei convinti, i mangiapreti, i dubbiosi permanenti, i saggi razionalisti, ma dentro di noi la golosità di felicità eterna (“Ogni gioia vuole eternità! Il piacere vuole l’eternità di tutte le cose, la profonda, profonda eternità”, diceva il Zarathustra di Nietzsche) cerca il bacio e l’abbraccio che potrebbe soddisfarla, cerca il cioccolato da mangiare. In questo senso andrebbe riletto anche il bel film “Chocolat” che tratta di felicità e religione.

3) Il Cristo è crocifisso. Manca il legno ma è bloccato in forma di Croce. Ave Crux, spes nostra. Il Cristo eterno, risorto e buono per la nostra salvezza, conserva per sempre le stimmate della donazione fino all’umiliazione della morte in croce. È per l’eternità in forma crocifissa: uomo cruci-forme. E quella forma, nonostante l’avversione di molti al simbolo, indica apertura delle braccia, accoglienza nella verità, fin dentro la verità dell’altro che è insieme nemico e imago Dei. L’accoglienza dell’amico è facile. Difficile, opera divina, è l’accoglienza del nemico, ovvero dell’uomo nella sua condizione di peccato. Il Cristo in Croce inchioda (eternizza) la forma di apertura all’uomo nella sue vera situazione. La Croce interpreta Dio come un compagno di mensa, di viaggio, di sorte. Dio in Cristo si fa nostro con-sorte, condivide con noi la sorte di peccato e morte, ci sposa per risuscitare l’immagine perduta. Quella forma fissata attesta che Dio non cambia idea, ha scelto e la sua scelta è irreversibile. Nessuno è escluso dal sogno di realizzare la fame golosa di felicità.

Fondente o al latte? Direi fondante. Rifondante della possibilità di salvezza. Ma anche al latte. Visto che vino e latte sono i segni della Terra Promessa offerta a Israele e al nuovo popolo delle genti. “Signore dolce volto di pena e di dolor” (testo), dice il canto con l’aria di Bach (melodia). Dolce Signore Gesù, donaci conforto e speranza; coraggio di essere coraggiosi e amorevoli come te. Facci buoni, portatori di verità e bellezza.

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