Eppur c’è notte!

Trovo utile frequentare il blog Bioetiche di Chiara Lalli e Giuseppe Regalzi. Sono intelligenti, abbastanza frizzanti, straconvinti e, praticamente sempre, all’opposto di quello che penso. Offrono informazioni utili su temi di bioetica e stimolano riflessioni che aiutano a mettere a fuoco meglio ciò che si pensa. Mi ha colpito la risposta a un articolo di Eraldo Ciangherotti, Vicepresidente Movimento per la Vita Liguria in cui Chiara Lalli lancia una bella sfida:

Noi desideriamo ricordare in risposta che il fatto che manipolare concetti quali la vita biologica richieda una qualche cautela, spesso coincidente con una elementare informazione. Parlare di inizio della vita è abbastanza insensato (non esiste, nella vita biologica, un inizio così evidente come invece nel caso della creazione). La fusione dei gameti, come ogni processo biologico, è graduale. Sfido io chiunque a indicarmi dove (l’esatto momento in cui) il giorno sfuma nella notte. Stesso problema per la fusione dei gameti: un processo, nessun interruttore (off: non vita, on: vita).

Una prima risposta mi fa dire che se non è possibile stabilire con l’ausilio di metodiche scientifiche l’inizio della vita umana, allora occorrerà affidarci alla convenzionalità di una decisione, presa, si spera, democraticamente. E quindi, se nel nostro Stato si è deciso che la vita umana comincia con la fecondazione, cioè con l’ingresso del gamete maschile nell’ovulo, tale è la verità da accettare. Punto, non si discute. La decisione è stata presa. La legge 40 ha definito il concepito un soggetto. Il referendum che voleva dimostrare che il popolo non era d’accordo ha fallito. Era un bluff. Il popolo non era lì frebbicitante a voler far cadere l’Orribile e Oscura Legge. Le pretese masse che avrebbero stabilito una nuova e legittima convenzionalità non si sono trovate. Erano latitanti. I sondaggi che strombazzavano i dati del 60% di adesione di favorevoli a eliminare la legge 40 si sono rivelati falsini. Secondo le regole democratiche (si sarà in grado di accettarle sempre?) la scelta è compiuta. Il resto sono chiacchiere da perdigiorno.

Però qui si inizia a contestare e ad autocontraddirsi: la scelta è sbagliata, si dice, e il concepito non è un essere umano. Ma come lo si dice e in base a quale ragionamento? Affermando che non si può stabilire quando inizia una vita umana. C’è una gradualità che rende indefinibile il confine di un prima e un dopo. Ma, ripeto, se non esistesse accertabilità scientifica allora tutto è convenzionale, e se tutto è convenzionale si deve accettare quello che è stato deciso. Si può obiettare solo a partire da una pretesa veritativa. Si può dire che il concepito non è ancora (ma allora quando? Si saprà dirlo senza gradualismi?) un essere umano solo sapendo quando lo è e quando lo diventa. Quindi i contestatori, se continuano a polemizzare nonostante la decisione presa, pretendono di sapere quando inizia la vita umana. Peccato che solo loro vogliono saperlo e che impongono agli altri di non poterlo sapere.

Il sistema biologico di un nuovo individuo ha nella fecondazione e nella graduale fusione dei gameti il suo inizio accertabile biologicamente. Pensa la Lalli che se si spostasse alle prime trentadue ore di vita dell’Ootide (neologismo per dire l’inizio dell’embrione) cambierebbe qualcosa per la possibilità di manipolarlo? Proprio la gradualità, che si può intendere anche come continuità, dimostra che non vi sono salti tra stadi di sviluppo. La diagnosi preimpianto, che oggi è solo selezione eugenetica e che serve a testare la “conformità” dell’embrione alle primissime fasi del suo sviluppo, testimonia che siamo in presenza di un soggetto umano. Se non ci fosse infatti continuità tra il soggetto adulto e il soggetto nei primi momenti del suo crescere, non avrebbe senso testarne la salute. Scarto oggi l’embrione con alcune caratteristiche non gradite perché quello che è oggi si svilupperà immancabilmente nel tempo. È lo stesso individuo. Gradualmente e quindi con continuità manifesterà quello che oggi è presente in modo latente. La gradualità tra l’embrione e il bambino o il ragazzo o l’adulto, indica la presenza dello stesso soggetto. Ad usare l’argomento della gradualità per relativizzare la possibilità di decidere, e per imporre arbitrariamente la propria decisione, si pongono anche dei lievi disguidi ontologici, quali ad esempio l’impossibilità di definire l’essere umano rispetto a uno scimpanzé o a un altro animale: in fondo la vita è talmente graduale che non si possono distinguere. Con queste idee il razzismo era acqua di colonia rispetto a quello che se ne può dedurre.

Anche se si riuscisse ad aggirare questo ostacolo, ce ne troviamo davanti un altro: la differenza tra vita biologica e vita personale e l’impossibilità di affidarsi alla biologia per dirimere la questione (filosofica, ahimè).

Verissimo che il concetto di persona è filosofico e non biologico. Ma la capacità di scoprire la verità mediante ragionamento filosofico è ben superiore alla lettura dei dati offerti da tutte le scienze empiriche. C’è sempre un ragionamento dietro a una teoria. I puri dati senza la filosofia e il ragionamento sono lettera morta. Ciò detto, è proprio il ragionamento a stabilire l’unitarietà di uomo e persona. Dire uomo riferito solo alla dimensione corporea dell’individuo, e invece persona per indicare certe condizioni psichiche, significa tranciare l’unità psico-pneumo-corporea e, inevitabilmente, discriminare chi è uomo (ma non persona) rispetto a chi è sia uomo che persona. Per persona si intende in genere chi è dotato di qualità come l’autodeterminazione e l’autocoscienza. Ci si rende conto che così facendo si escludono bambini, pazzi, distratti e dormienti? Se si è persona quando l’autocoscienza-determinazione è in atto ci si accorgerà che si sarà persona per particelle di tempo all’interno di un intera esistenza. Chi dorme o è distratto non è persona. Ma lo diventa appena si sveglia o appena si rende conto di sé, si obietta. Anche l’embrione lo diventa, basta aspettare il suo tempo di sviluppo. L’essere umano è persona in quanto essere umano. È la peculiarità della sua natura ad avere la qualità personale. Perciò, appena siamo in presenza di un individuo della specie uomo lì c’è persona. Dove c’è uomo c’è persona, non viceversa. «La persona è una sostanza individuale di natura razionale», dice Boezio. Di natura razionale. Per natura siamo persone. Dove appare un individuo della specie umana c’è una persona. Altrimenti regna l’arbitrio delle attribuzioni e delle negazioni di questo attributo naturale.

Tralascio l’avvio di questa terza parte della lettera del Ciangherotti limitandomi a ribadire che la “verità” che l’embrione è un essere umano nessuna persona ragionevole metterebbe in discussione. Ma l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani. Basta ricordare al proposito che la definizione di morte celebrale permette di espiantare organi da esseri umani che non sono più persone, perché il loro sistema nervoso centrale è totalmente e irrimediabilmente distrutto. O sarebbe disposto il Ciangherotti a definire gli espianti come omicidi? Gran bella conquista, poi, quella di attribuire personalità (giuridica e morale) all’embrione tramite la celebrazione del suo funerale! Conquista sia logica che umana.

Ciò che vale per l’inizio vale anche per la fine. Non è la fine di certe caratteristiche a far finire la persona. Ma la sua morte. Finché c’è vita umana c’è persona. Con la morte cerebrale c’è la fine dell’unità sistemica della vita di un individuo umano e perciò della sua persona. Affermare che «l’omicidio riguarda le persone e non gli esseri umani» è totalmente irrazionale e arbitrario. Oltre che terribilmente pericoloso. Se chi dorme non è persona in atto (lo sarà , certo, al risveglio, ma intanto non lo è!) allora uccidere un dormiente non è reato, perché si sarebbe ucciso “solo un uomo” e non una persona… È l’uso degli stessi termini a tradire l’illogicità: “omicidio” è letteralmente uccisione dell’uomo, non della persona; in questo caso si dovrebbe dire persocidio.

Quanto all’espianto di organi, spero che i medici amici dell’ideologia di Bioetiche aspettino la morte del paziente prima di procedere all’espianto. Perchè anche mentre si è sotto anestesia non si è persona in atto, non si ha auto-coscienza-determinazione. Non essendoci più persona potrebbero pensare che di far cosa gradita alla lista dei malati “svegli” razzolare quel che serve. Quando sopravviene la morte cerebrale si pone fine allo sviluppo dell’individuo (uomo, persona), punto che chiamiamo morte, perciò l’espianto è legittimo. O forse, anche la morte ha una gradualità tale da risultare impossibile definirne l’arrivo, con qualche problema in più per l’anagrafe e per il sistema previdenziale che terrà in sospeso l’erogazione delle pensioni fino a data da destinarsi.

Quando la gradualità non è sinonimo di continuità dell’unità psico-pneumo-somatica diventa l’alibi per il comodo crepuscolo permanente. Cioè potere non decidere per avrere mani libere. Con una consistente contraddizione logica. Se la gradualità posta all’inizio sposta sempre in avanti l’inizio della persona, allora la stessa gradualità posta alla fine impedisce di stabilire quando finisce una persona (lasciando perdere quando la persona sia poi, finalmente, iniziata). Non si dovrebbe mai fare espianti o eutanasia di persone in coma, perché come la vita anche la morte non ha un confine precisabile. Un eterno crepuscolo. Eppure, a ben guardare, ci sono dei vivi e dei morti. C’è il giorno e c’è la notte.

1 Commento a “Eppur c’è notte!”

  1. admin scrive:

    Chiara Lalli ha detto…
    La mia rispota qui:
    http://bioetiche.blogspot.com/2007/03/ma-il-girino-non-gi-una-rana.html

    08 marzo, 2007 16:05

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