Perché sarebbero dei diritti?

Rispondo al Commento di A.R. in Essere e dover essere

Però alla fine ho capito qual’è il problema che fa più paura.. la stessa cosa che riguarda il Divorzio: hanno paura che una volta approvati i DICO o un ddl sui PACS, la maggior parte dei cattolici se ne fregherà altamente di sposarsi in chiesa… bella fiducia che si pone nei propri fedeli.

Come è stato osservato i Dico attentano soprattutto al matrimonio civile non a quello in Chiesa. Chi è credente si spera che voglia continuare a benedire le nozze di fronte a Dio. Chi è poco credente o non lo è affatto, e deve pensare se sposarsi in civile troverà altamente concorrenziali i Dico. Io dico che è da fessi (o masochisti) sposarsi avendo i Dico a disposizione.

Altra cosa che non capisco, ad un cattolico praticante e che crede nei valori della famiglia, che “ama il prossimo suo come se stesso”, che cosa gliene frega se un omosessuale ha riconosciuti dei diritti?

Perché sarebbero dei diritti? Se li avesse, sarebbe delittuoso non riconoscerli. Ma li ha? Non mi sembra. Diritto di sposarsi, di coniugarsi, di congiungersi, lo hanno chi può farlo. Sappiamo come gli omosessuali maschi possono congiungersi (mentre le lesbiche non possono), ma non mi sembra che ciò corrisponda alla finalità (senso, scopo, funzione) della sessualità umana. Quella finalità è fonte dei diritti. Eliminando quella finalità tutto diventa diritto. E allora le chiedo: che cosa frega a lei se un fratello o una sorella, un padre e un figlio, si vogliono sposare? Perché (se dice no) dire ancora no all’incesto, al “diritto di incesto”?

Non riconoscendo certi diritti, anche solo agli omosessuali, si impedisce ad una sostanziale parte della popolazione (gli omosessuali DICHIARATI in italia sono il 5%… quindi alla fine si arriva su un 7/8%) di vivere una vita normale.

“La vita normale”… Esiste una vita normale? La normalità è mandata a quel paese per eliminare un punto di confronto che stabilisca condotte giuste e sbagliate, e poi la si ritira fuori con un colpo di prestigio per stabilire che devono avere vita normale? Mi sembra che Niki Vendola sia Presidente di una regione italiana. Non se la passa male. Credo che possa avere parecchie opzioni più di me e lei di vivere normale. E così anche Vladimir Luxuria. L’essere omosessuale a chi preclude oggi in Italia e nell’intero occidente il successo di immagine, di fare carriera, di arricchirsi, di essere eletto in politica, di fare spettacolo. Forse a Dolce e Gabbana? Io vedo invece che essere cattolici, come nel caso Bottiglione, non si fa carriera. Dove sta la discriminazione?

Non si può imporre ad un ateo di VIVERE LA PROPRIA VITA SECONDO INSEGNAMENTI DEL VANGELO… perchè ribadisco, oltre ai testi sacri e a quelli razzisti, nazisti e omofobi, nessuno condanna l’omosessualità.

Certo che a dire che chi condanna l’omosessualità è una brutta bestia, oltre ad essere una posizione poco liberale per le opinioni altrui, potrebbe portare alcuni a non volere fare la parte della bestia e a dichiararsi a favore. Ma penso che l’Ok, per quanto diffuso, non sia maggioritario. E soprattutto che sia un Ok dato all’esterno, lontano dalla propria storia personale. Vediamo se tutto questo favore viene mantenuto chiedendo se si vorrebbe un figlio gay. Vediamo se tutta questa gente “moderna” continua ad acconsentire senza problemi sapendo che il proprio maestro è gay. O sapendo che il proprio prete ha tendenze gay, vediamo se continuano a mandare tranquillamente i bambini da lui. Personalizzando temo che ritornino a galla i “pregiudizi” di sempre. Quanto al vangelo imposto agli atei, non è questo il tema. Non ho mai parlato di Dio, di Gesù e della Madonna. Anche se sono sempre più convinto che senza Dio e Gesù Cristo sia difficile fondare un’etica oggettiva, un imperativo categorico, dei valori e dei diritti universali, una fede nella dignità umana, un significato all’agire che renda sensato il trascendimento di istinti e convenienze, un umanesimo integrale.

Comunque, a scopo informativo, ecco una lista di paesi che oggi ammettono in Europa le unioni civili omosessuali (e non): Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Spagna, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Ungheria, Croazia. Mancano solo 3 paesi tra cui l’Italia. Allora è vero quando si dice che “avere il Papa in casa”, ostacola decisioni e influisce sull’opinione pubblica.

Nell’Europa dei 27 la differenza fa 13 e non 3. Non ho la competenza approfondita per conoscere le varie situazioni dei paesi europei. So che c’è una grande varietà di opzioni: si va dal matrimonio con adozione di figli, a quello senza adozione, a un contratto di solidarietà, a registrazioni anagrafiche, a nessuna normazione, a normazioni implicite e indirette. In Europa ci sta tutto. Non è corretto proporla in modo unitario e uniforme al solo fine di fare pressione emotiva, sparando 100 per portare a casa 20. Vista la varietà nell’Europa ci può stare anche una posizione che si batta per il riconoscimento di diritti individuali, come potrebbe essere la via italiana. Nessun complesso di inferiorità.

“Avere il Papa in casa” andrebbe trasformato in un onore e un privilegio unico al mondo. Poi starà alla libertà democratica dei politici e degli elettori prendere le decisioni. O con la scusa dell’ingerenza si vorrebbe che la sua parola e la parola dei cattolici fosse messa sotto “moderazione”, filtrata dal Tutor del Comitato Politico Centrale? Per il quale anche questo blog avrà le ore contate.

1 Commento a “Perché sarebbero dei diritti?”

  1. filippo scrive:

    copio ed incollo una delle più belle risposte a chi nega i diritti alle persone che fanno scelte sessuali differenti da quella del perfetto, ovvero dell’autore di questo blog.
    questo è il link
    http://www.gaynews.it/view.php?ID=76430

    di Alberto Leiss

    «Cinquant’anni fa, in Italia, le donne non avevano diritto di voto. Quarant’anni fa, in alcune parti degli Stati Uniti, i matrimoni interrazziali erano illegali. Trent’anni fa l’omosessualità era classificata tra le malattie mentali». Leggendo il libro di Vittorio Lingiardi Citizen gay (”Famiglie, diritti negati e salute mentale”, Il Saggiatore, pp.157, euro 12) siamo indotti a riflettere sulla velocità con cui alcuni aspetti fondamentali del nostro modo di vivere e di pensare noi stessi siano profondamente mutati. Scopriamo che lo stesso termine “omosessuale” è stato inventato solo nella seconda metà dell’ottocento da uno scrittore ungherese, Karoly Maria Kertbeny, che lo usò - in un pamphlet anonimo - per contestare una legge prussiana che puniva gli atti sessuali tra le persone di sesso maschile. Ed è recentissima - il 18 novembre 2003 - la sentenza della Corte suprema di giustizia del Massachusetts secondo la quale non esistono «ragioni costituzionalmente adeguate per negare il matrimonio civile a coppie dello stesso sesso». Anche se norme volte a legalizzare questo tipo di unioni sono state applicate precedentemente in America e in altri stati, è questo - annota Lingiardi - il «primo riconoscimento legale degli stessi diritti civili in campo matrimoniale per coppie etero e omosessuali».

    L’autore, che è psichiatra e psicoanalista, sostiene che ammettere il matrimonio civile per le coppie omosessuali farebbe bene alla democrazia, servirebbe a combattere l’omofobia, e soprattutto migliorerebbe lo stato di salute mentale e fisica di chi si sente attratto dal suo stesso sesso, o comunque si colloca nel mondo che con una sigla - Lgbt, lesbiche, gay, bisessuali, transgender - indica tutti i cittadini e le cittadine che non si riconoscono nell’identità di genere “tradizionale”, per cui il matrimonio sarebbe un diritto esclusivo per coppie eterosessuali, e soprattutto finalizzato alla riproduzione.

    Chi fa parte di questi “mondi a parte”, oggetto di pregiudizi e discriminazioni, soffre di un “minority stress”, un disagio psicologico in cui spesso viene introiettata la dimensione omofobica, e che secondo varie ricerche tende a diminuire visibilmente nei paesi in cui cade il tabù del matrimonio vietato alle persone omosessuali.

    L’originalità del libro sta molto nella valorizzazione di quanto i risultati della ricerca scientifica in campo medico, antropologico e sociologico ci dicono su alcune delle questioni che il mondo della politica, della religione e dei media ci sta abituando a definire come “eticamente sensibili”. L’associazione degli psichiatri americani (APA), per esempio, ha preso posizione da tempo contro le tesi che definivano l’omosessualità un “disturbo” diagnosticabile, e quindi contro le “terapie riparative”, e nel 2005 si è pronunciata a favore del riconoscimento del diritto al matrimonio civile. Mentre ricerche promosse, sempre in America, dall’American Academy of Pediatrics, hanno via via confutato le opinioni di chi sostiene dannoso per i bambini essere allevati da coppie omosessuali. Se mai è stato osservato che conseguenze negative per queste famiglie - che nei fatti ormai si vanno sempre più diffondendo nel mondo - è il permanere di comportamenti e norme discriminatorie nei loro confronti. Ne soffrono, ovviamente, grandi e piccini.

    In Italia il dibattito pubblico su omosessualità e omofobia si è di nuovo infiammato intorno all’introduzione - per la verità assai sgangherata nelle modalità e nel merito - del famoso emendamento al “pacchetto sicurezza” che assimila i reati di razzismo previsti dalla “legge Mancino” a quelli compiuti contro persone di diverso orientamento sessuale. Personalmente, penso sia alto il rischio che con questo tipo di norme si cada in una visione illiberale del reato di opinione, sia che si tratti di razzismo, sia di omofobia.

    Ma il punto qui è che il voto contrario della senatrice Binetti, del Pd, ha messo in luce un problema profondo di una parte del cattolicesimo sul tema dell’omosessualità. E anche dei conservatori come Marcello Pera, che protesta sulla Stampa per la surrettizia introduzione nella legge dell’”identità di genere”, sostitutiva di quella “di sesso”. Una sovversione non solo della nostra “tradizione e civiltà”, ma anche della “nostra natura”.

    Nel libro di Lingiardi si cita a un certo punto il documento del 1986 intitolato “Cura pastorale delle persone omosessuali”, redatto dall’allora cardinale Ratzinger, in cui, con una formulazione ripresa anche in anni molto più vicini a noi, si dice che «la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale». E più oltre, citando S.Paolo, si afferma che solo nella relazione coniugale - ovviamente eterosessuale - «l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente.». E’ persino comprensibile che chi afferma queste tesi non voglia rischiare di incorrere in un reato. E in questo può avere ragione.

    Ma può chi ha una concezione laica dello stato cedere sul principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge?

    Non un pericoloso estremista massimalista, ma il filosofo democratico americano Ronald Dworkin, sostiene nel suo recente saggio sulla “democrazia possibile”, volto a aprire un “nuovo dibattito politico” con i conservatori del suo paese, che la questione del matrimonio gay è un principio al quale non si può rinunciare. Il matrimonio può essere considerato «una risorsa sociale dal valore insostituibile per coloro a cui viene offerta», argomenta, e se «consentiamo l’accesso a questa meravigliosa risorsa a una coppia eterosessuale e lo neghiamo alla coppia omosessuale, consentiamo all’una, ma non all’altra, di realizzare qualcosa che per loro ha molto valore. Che diritto ha la società - si chiede Dworkin - di operare una simile discriminazione?». Tanto più che «spesso l’amore tra due persone dello stesso sesso è forte quanto quello tra due persone di sesso diverso».

    Si può naturalmente dissentire da questa visione del matrimonio. Lingiardi ricorda le critiche che anche alcune tendenze radicali del movimento gay e lesbico e di quello femminista hanno indirizzato alla richiesta di “omologarsi” all’istituzione matrimoniale. Tuttavia anche chi è contrario per principio al matrimonio dovrebbe riconoscere il diritto di chi lo desidera di potersi sposare.

    Un neoconservatore come Roger Scruton si oppone al matrimonio tra omosessuali - anche se si mostra rassegnato alla sua ineluttabilità - in nome della difesa della “differenza sessuale”, che a suo dire sarebbe “censurata” dal femminismo. Scruton evidentemente conosce poco il pensiero femminista della differenza (anche se nel suo “Manifesto dei conservatori” cita Luce Irigaray). Credo che per ammettere il matrimonio tra persone omosessuali non si debba necessariamente aderire alle teorie che fanno del “genere” un mero prodotto della cultura, anche se il modo in cui viviamo la differenza sessuale, la nostra natura, è sicuramente un fatto culturale. Si potrebbe anche condividere il valore di redenzione dell’amore, per uomini e donne, che Ratzinger, divenuto Papa, ci propone nelle sue encicliche. E sostenere però che questo amore è certo possibile tra persone che - credano o no nel Dio di Ratzinger - appartengono allo stesso sesso. Un amore che forse non può pretendere un sacramento - lo può chiedere - ma un serio contratto civile.

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