Intervista a Beppino Englaro

Beppino Englaro intervistato dalle IeneBeppino Englaro è stato intervistato dalle Iene il 18 ottobre e ha detto che non crede iin Dio e nei miracoli. Non mi appellerò a Dio e tantomeno ai miracoli. Parlerò di noi esseri umani, del nostro particolare status di natura “bastarda”, mescolata di carne e di quel di più, di altro, che chiamiamo spirito, anima, mente, persona, io. Capisco che in un ottica completamente atea conta l’essere attivi, pensanti, sani. Capisco anche la terribile frase che ha detto riassumendo alla fine quello che considera la sua missione: 

Lotterò fino alla fine dei miei giorni e delle mie energie per liberarla da questa condizione che lei aveva definito: “Vita priva di valore. Senza senso e senza dignità”. 

Capisco la frase e se fossi ateo la condividerei. Tanto vera che arriverei ad ammettere, da ateo, l’importanza della religiosità per tirare avanti in questa dura vita. Sono quindi il solito credente che vuole imporre la sua prospettiva di fede, e ciò che ne deriva, a chi non crede? Ed essendo la nostra società “laica” questa imposizione non dovrebbe essere esclusa in partenza? Io non ragiono così. Secondo me ogni nostro giudizio ed azione andrebbero espressi e conseguiti avendo come riferimento l’universale. Si dovrebbe cioè arrivare a dire: è giusto questo non perchè io credo così, ma perchè è giusto in se stesso, è giusto oggettivamente e universalmente. Troppo facile dire mi piace così o credo questo. Ragionando in questo modo ognuno pensa e fa quel che gli pare.

“Vita priva di valore. Senza senso e dignità”. E’ vero questo giudizio? La dignità è una percezione soggettiva? Chi non la vede nell’ebreo e nel nero di colore ha ragione? Chi non la vede nell’embrione, nello zingaro, nel malato mentale, ha ragione? La dignità è scritta dentro di me o sta tutta nella percezione degli altri? Capite che dire di quelle vite in situazione estrema di “Stato Vegetativo Prolungato” che non hanno valore si deve necessariamente e coerentemente passare alla loro “liberazione”? Che disumanità sarebbe fare continuare una vita PRIVA DI VALORE, SENZA SENSO E DIGNITA’. Non conta nulla che quella vita abbia mai espresso un’opinione tanti anni prima su come fare nel caso capiti. Se quella vita è indegna dobbiamo essere noi ad assumerci l’alta responsabilità di farla finita. Comodo appoggiarsi sul più o meno chiaro alibi del consenso.

Entrate in un ricovero, state lì a vedere che tipo di vita fanno quei vecchi e malati. Ci sono situazioni che fanno una pena ben maggiore di una ragazza in coma. Persone che ripetono la stessa frase all’infinito. Gente che si dondola perpetuamente sulla carrozza con lo sguardo perso nel vuoto. Chi vedendo quelle situazioni non dice, non si auspica, di non finire così? E se poi ci finisce che facciamo, tiriamo fuori il ricordo del giudizio espresso un pomeriggio nel ricovero e lo facciamo valere per la pastiglia della pace? Chi è che si auspica onestamete di volere vivere una situazione del genere? La volontà c’entra poco. Conta l’oggettività della situazione. La sfida è trovare un senso alle situazioni di dolore, malattia e limite estremo. Questi giudizi sulla non dignità di quella situazione di dolore offende le migliaia di casi che sono accolti e accuditi da familiari EROICI. Starebbero perpetuando un’indegnità o stanno scoprendo e vivendo una dignità?

Che ipocrite le Iene. Chiaramente parteggiano per la tesi del padre Englaro e nella stessa puntata fanno un servizio scandalizzato sul fatto che sia stato proibito a un gruppo di ragazzi down di andare sulla giostra in un parco divertimenti. Ha una vita degna l’handicappato, di cui Eluana Englaro e tanti altri rappresentano una forma estrema? O forse, tra l’altro, sarebbero d’accordo anche con la selezione preimpianto che i down e i talassemici li elimina alla sorgente?

Nell’intervista il sign. Englaro dice più volte che “vuole liberare la figlia”. Vorrei capire. C’è ancora Eluana o non c’è più???? Perchè liberare si dice di uno che c’è e che è prigioniero. Se, come in tanti dicono, le persone in stato vegetativo sono “VEGETALI” (in realtà “stato vegetativo” non è vegetale), trasformate in piante, regredite allo stadio preanimale, allora sono già libere, l’io non c’è più, finito. Certo sarebbe strano il nostro amore per Gaia, gli alberi, le foche, gli orsi marsicani, e insieme questa insofferenza per la “pianta umana”, una “pianta” che tuttavia conserva le evidentissime tracce della nostra specie. Sarà che la specie del vicino è sempre più verde…

Tutto dipende da chi è l’uomo. Il pregio della coscienza e della autocoscienza che fortunatamente sperimentiamo è un indizio eloquente sulla identità dell’animale “bastardo” che è l’essere umano. Se io vedo il mondo è so di questa visione significa che il mondo attraverso di me vede se stesso. Il mondo, l’universo, avrebbe lavorato tanto per arrivare a far un occhio e una mente con il quale vedersi, sapersi. Come può una materia inerte fare la coscienza e soprattutto (cambia tutto) l’autocoscienza? Che prodigio che è l’uomo. In lui c’è di più della sola materia. Per potere dire “materia” devo poter essere altro. Come per vedermi devo uscire e riflettermi in uno specchio così per sapere il mondo devo “uscire”, essere altro. Questo dono che ha l’uomo è latente in lui, presente sempre, perchè non si aggiunge dall’esterno a una certa età. E’ religione questa? Allora solo la religione ci salverà dal cinismo che annulla gradatamente chi non è all’apogeo della vita.

Vedo caste all’orizzonte. Gli EROI belli sani ricchi potenti. i GESTORI abili competenti capaci. I SERVITORI forti resistenti lavoratori. Servire fino alla fine le varie persone come Eluana ci salva dalla società a casta, dà il rispetto a ognuno, è garanzia della nostra dignità fino nella più estrema povertà. Non ha senso questa loro vita? Sono i testimoni dell’oltre nell’uomo e nella vita umana. Alterità che ci salva dall’appiattimento del valore legato al valere. Ci salva dal nichilismo (che minaccia tutti) che azzera la dignità intrinseca in ogni singola persona rendendola arbitraria.

Il problema è che qui non si rifiuta un macchinario che prolunga indebitamente la vita. Non c’è accanimento terapeutico e tecnico. Eluana è solo nutrita e idratata. E’ troppo dare da mangiare e da bere? “Ho avuto fame e sete e mi avete dato da mangiare e da bere”, detto da Gesù, non vale forse anche per queste situazioni di piccolezza estrema? Posso capire la disperazione di un genitore, ma socialmente non possiamo integrare la stanchezza e lo sconforto? Non possiamo dare noi mezzi e persone per continuare la sfida contro il nichilismo che livella e fa dire che vale solo chi è sano e bello e fortunato? Lì si gioca il criterio della nostra civiltà, di chi siamo, noi per ora sani e per ora forti.

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