La Confessione secondo Augias

Augias, poco fa, nella sua trasmissione su Rai3 “Le storie” intervista il giudice Davigo; ne esalta i libri, che consiglia di leggere prima delle elezioni, e gli chiede, all’incrca: “Perchè l’Italia è un paese così corotto?” Prima di passare la parola al giudice anticipa alcune risposte “risapute”: siamo un paese gettato nel mezzo del Mediterraneo, confinante con i Balcani e altre nazioni; e siamo un paese cattolico. La confessione ci predispone a fare il male, tantop poi c’è la lavatina dei peccati. Mentre nei paesi protestanti, lì sì che sono onesti. Davigo ricorda che anche la Francia è un paese cattolico, che però non ha il nostro indice di corruzione. Ma Augias insiste, perchè la Francia non è proprio cattolica, la riforma ha attecchito di più che da noi. Non importa che la Francia sia chiamata  Fille ainee de l’Eglise, primogenita della Chiesa fin da Clodoveo (V secolo), piena di santi e santuari (dice niente Lourdes o La Salette?), ordini religiosi e missionari, con un re la cui investitura era considerata quasi un ottavo sacramento, e ricca di capolavori artistici.

Però Augias va oltre alle sempre possibili interpretazioni storiche. Afferma che colpevole dell’abbassamento del livello di coscienza pubblica sia il sacramento della penitenza in quanto tale. Ma come, proprio l’introduzione dell’introspezione (poi secolarizzata con la psicanalisi), dell’esame di coscienza, del bilancio etico, è causa del male? Pensavo invece che derivasse dall’ottundimento dell’esame del proprio sé, non certo dall’esaltazione della capacità introspettiva e della capacità della virtù, aiutata dalla Grazia, di reagire al male. La degenerazione della Confessione in una spolveratina che prescinde dall’osservazione onesta della coscienza e dal proponimento di non ripetere il male, non dipende dal sacramento, quanto piuttosto da quella forza di gravità che smorza ogni senso (analisi) ed impegno (proponimento) etico.

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