Archivio del 2 Gennaio 2008

Moratoria all’aborto

Mercoledì 2 Gennaio 2008

L'elefantino di Giuliano Ferrara

Sto seguendo la proposta “pazza” di Giuliano Ferrara perchè  gli stati, e l’Italia in prima fila, promuovano una moratoria all’aborto. In questi ultimi 30 anni nel mondo sono stati abortite 1 miliardo di persone.

Ferrara ha inoltre promosso un digiuno a base di brodino per questi giorni di feste natalizie. Non è Pannella e i media snobbano. Sul Foglio vengono però pubblicate le lettere di solidarietà che riceve e il suo Diario di una dieta speciale con commenti di vivace intelligenza e cultura.

Mi sono piacute tantissimo, soprattutto nella seconda parte, le cose che dice nel numero del Foglio di oggi a commento di un articolo di Barbara SpinelliFede e malafede“, e ho pensato di pubblicarne una parte. I punti dal 2 al 5 sono encomiabili. Come le riflessioni al Sì a Dio detto da Maria nel commento di Benigni alla Divina commedia:

«Credere e ignorare: il caso Spinelli
30 dicembre 2007
Il pezzo della Spinelli è davvero inadeguato professionalmente, civilmente, culturalmente. Succede che l’ideologia, ma forse soltanto l’idiosincrasia verso i diversi dal gruppo nutrita da un certo conformismo mondano, catturi l’intelligenza, di cui la Spinelli è dotata e, già che c’è, si metta sotto i piedi anche il buongusto. Partiamo di qui, dalla prosopopea e dall’arroganza psicologica. Un editorialista di talento e di lunga esperienza non definisce l’avversario polemico che si sceglie, per di più ccomunato da quella che la Spinelli orgogliosamente definirebbe una stessa identità di genere, “una senatrice fino a ieri poco conosciuta” o “la signora Binetti, di cui non si conoscono opere e scritti”, e non conclude con la scemenza esclusivista, elitaria e provinciale: “…il Parlamento non è il suo posto…”. Sono mezzucci da quattro soldi, e l’ultima è una bestialità post democratica piuttosto volgare (sono gli elettori a scegliere di chi il Parlamento è il posto). Nelle sue polemiche, sebbene si sia impicciato delle telefonate della senatrice Binetti, Scalfari è stato più misurato, ha compiuto un tentativo di eleganza (resta il fatto che in nessun paese al mondo, tranne che nel nostro, è consentito, senza che la comunità ne rida o se ne scandalizzi, esigere una risposta in merito alla domanda inquisitoria sull’eventualità di una telefonata personale fatta da chiunque a chiunque). Ma veniamo al dunque. Il pezzo è travisante e manipolatorio da cima a fondo. 1. Fa un uso grottesco di un paio di citazioni da Nicola Chiaromonte, intellettuale e saggista razionalista che seppe cogliere come pochi la deriva nichilista del Novecento e la esaminò e censurò come falsa fede o mala fede, come religione cieca del progresso aperta ad esiti totalitari, come divorzio tragico tra sviluppo materiale, tecnico e scientifico e capacità etica di tenergli testa. La Spinelli lo fraintende, credo in buona fede, purtroppo per pura ignoranza o per estrema sciatteria, e lo usa a vanvera. Peggio, gli fa dire il contrario di quel che pensava. Non era certo, Chiaromonte, un laico o ateo devoto, e il suo razionalismo liberale non varcò mai la soglia della “pietà cosmica”, concetto mutuato da quel chiacchierone simpatico di Bertrand Russell (affetto da Nobel), per inoltrarsi nel tema attuale dello spazio pubblico della fede e di una nuova alleanza di fede e ragione. Ma i suoi saggi su fede e mala fede, su crisi vera e falsa religione, sul credere e sul non credere, pubblicati dal Mulino, saggi che il Foglio ristamperà allo scopo di erudire una giornalista che per snobismo di cordata si fa sacerdotessa di una crociata neosecolarista, decostruiscono e criticano le idee di un Odifreddi e di altra compagnia volterriana andante, non quelle – per molti aspetti consentanee – di un fogliante qualsiasi. Insomma: Spinelli ha citato uno dei rari saggisti italiani che abbia per tempo, e anche in anticipo, criticato la modernità e la religione dell’immanenza e del progresso, uno che considerava candido un Cartesio, uno che giudicava il senso del mondo “imperscrutabile”, contro coloro che sostengono precisamente queste idee. Chiaromonte era contro ogni teologia della storia, e non avrebbe approvato l’audacia spirituale mostrata dalla senatrice Binetti nel suo articolo sul Foglio in cui confessava di aver pregato per il bene comune a proposito di una scelta legislativa. Ma per lui la mala fede, sostitutiva di una fede genuina, era quella della secolarista ingenua Barbara Spinelli, non la nostra. Chiaro? Adesso arriva una coppia di amici, riprendo dopo, perché ce n’è.

Vino, salame, maltagliati in brodo. Ancora Spinelli
30 dicembre 2007
Massimo e Patti volevano venire per il tè, ma era ora di cena, li ho riforniti di salame, crackers, una minestrina con i maltagliati in brodo di dado, vino buono. Cucinare la minestrina e apparecchiare, che emozione. Io solito brodo. Chiacchiere amabili di vario ordine. Quell’americano che vive in Francia e ha fatto un botto editoriale scrivendo che ciascuno di noi avrebbe potuto collaborare alla shoah non sembrava a nessuno dei commensali particolarmente originale, eppoi, ci siamo detti, dopo le nove ore di Lanzmann, quel capolavoro assoluto del secolo scorso, ogni esercizio narrativo in materia è a rischio banalità. Sono andati via presto contenti, per consentirmi di andare a nanna presto, non senza prima aver detto il resto alla Spinelli. Ecco il resto. 2. Veltroni nell’intervista a Cerasa, sul Foglio, aveva detto che riteneva legittimo per chi ha Cristo dentro di sé di portarselo anche nella vita politica o pubblica. Spinelli lo cita malamente e paragona la sua affermazione alle deliziose follie fanatiche in una lite swiftiana, pura e grandissima satira sociale, sul fondamento teologico dell’apertura dell’uovo alla cocque. Ma che c’entra? Che cosa sarebbe questa laicità per cui uno lascia a casa ed esclude dalla vita pubblica ciò che crede, e magari ciò che sa, ciò che pensa, ciò che gli ha dettato l’esperienza o la riflessione razionale: chi la fornisce la cultura per governare, lo stato? 3. Spinelli cita il leader cristiano americano Huckabee come campione di integralismo, ma dimentica di dire che il repubblicano Huckabee può essere più o meno rozzo o per lei sgradevole, ma lotta per la presidenza in un contesto in cui Hillary Clinton menziona Dio “più di quanto faccia normalmente un vescovo europeo” (Economist) e Obama fa apertamente il predicatore religioso con lo stigma in più del kennedismo e del rinnovamento spirituale. L’ha letto Tocqueville, la nostra editorialista liberale? 4. Dice la S. che era meglio l’universalismo cristiano medievale e che questo rigurgito religioso oscurantista in realtà è orribilmente moderno, è legato alla storia delle nazioni moderne, e così intende alzare la solita palla delle guerre di religione… che però furono chiuse da un accordo cuius regio eius religio, e non dalla secolarizzazione moderna. Erano teocratici sia il papato sia la cristianità sia l’impero di diritto divino: ma la Monarchia di Dante l’ha letta, la S.? Oltre tutto, e il riconoscimento è arrivato anche da Sergio Romano nella sua rubrica di lettere nel Corriere, noi siamo figli del Novecento, un secolo in cui gli elementi bestiali e criminogeni della storia umana si sono introdotti nella vita del mondo con le maschere dell’ateismo di stato e del paganesimo razziale ed eugenetico, non con lo scudo del fanatismo cristiano di cui si chiacchiera. Ma perché non vi occupate del fallimento della razionalizzazione nella storia, il vero rovello di Nicola Chiaromonte? 5. Tutto il ragionamento messo in piedi dagli allarmisti del laicismo, anche nelle forme più scombiccherate, si basa su questo assunto: la chiesa vuole fare politica, invade le prerogative dello stato, vuole piegare il libero pensiero all’obbedienza confessionale. Balle: la chiesa giovanpaolina e benedettina vuole impedire alla politica di farsi religione immanentista e idolatra, di imporre fonti morali proprie, si batte contro l’eticità dello stato e di quegli ordini legislativi e giuridici che vogliono conformare la terra al dogma ideologico prevalente (tra i quali ordini non c’è l’ordine costituzionale americano, liberale e anche radicalmente libertario, ma non giacobino e irreligioso e nemico del diritto naturale). 6. Il finale dell’articolo è la solita lezioncina spiritualista e fai da te su quale sia il vero Dio in cui eventualmente credere: il Dio del soggetto credente, aggiustato come capita, rivelato come si desidera, un Dio a scelta da supermercato delle bellurie moderne. Perché altrimenti, come dimostrerebbe il caso Binetti, i cristiani avranno la tentazione di cambiare le vicende terrene “con miracoli, preghiere, atti di forza”. Preghiere come atti di forza? Ma che dici, Barbara?»