Archivio di Luglio 2008

Caso Englaro

Sabato 19 Luglio 2008

E’ qualche giorno che ci penso. Ero via in ferie senza giornali e televisione, e così mi ha spiazzato la sentenza che accorda al padre l’espressione legittima della volontà della figlia di non voler vivere in quella condizione. Cosa pensare? Vedo in entrambe le posizioni che si fronteggiano qualcosa di vero. Ma mi sembra più giusta la posizione di chi non vuole togliere il sondino alla donna.Per un genitore vedere un figlio in quelle condizioni è tragico. Il pensiero e forse, per chi è credente, la preghiera rivolta al Signore di togliere la persona amata da una situazione di grave e forse irrevocabile inermità, a essere sinceri viene da fare. E non ci si deve nascondere che in quei frangenti viene anche a pensare a se stessi, alla durissima prova che ci tocca in sorte. In certi momenti quindi mi viene da dire, quando si legge del «padre di Luana Englaro»: ma come è stonato chiamarlo ancora padre, che razza di padre è, è ancora padre uno che decide di far morire la figlia? Poi freno il mio impeto e quasi mi scuso di avere pensato così e cerco di restare sulla soglia della porta, imbarazzato ad entrare in una vicenda che non mi vede coinvolto direttamente. Che dire allora?

Come credente a volte mi pare di avvertire nei commenti di chi è credente una certa qual paura della morte. Sembrano rovesciate le parti: chi è ateo vuole la morte, chi crede vuole tenere lontana dalla morte una persona ormai al limite delle possibilità di vita. Non dovrebbe esserci in noi una più visibile gioia per l’incontro di una persona con il Dio vivente? Non per questo certamente bisogna ammazzare il più possibile gli altri per anticipare il loro incontro definitivo con Dio. C’è in questo una distorsione malvagia della giusta attesa di comunione. La fiducia nell’al di là, il crederci davvero, così difficile, dovrebbe portare semplicemente ad aborrire il così detto accanimento terapeutico, un altro modo luciferino di tenere lontane le persone dal Creatore e di esaltare con superbia le proprie risorse tecnico-scientifiche. La medicina non combatte le leggi e i limiti della natura. Volere a tutti i costi e con tutti i mezzi combattere la morte, indifferenti alla persona malata, è puro orgoglio e non può portare che sofferenza.

Mi chiedo quindi se quello nei confronti di Eluana sia accanimento. E mi chiedo se una persona può rifiutare ciò che non è accanimento e se il medico e la medicina devono ritrarsi davanti alla “volontà di deriva” di una persona che vuole che la natura faccia il suo corso.

1. Alla prima domanda, nel caso di Eluana, non mi sento di dire che un’alimentazione anche se offerta con una cannula, come con un biberon nel caso di un bambino, sia una terapia straordinaria. Mangiare e bere è prassi ordinaria.

2. Se vedo una persona sul ponte che si vuole gettare che faccio? Lo lascio fare e me ne vado o cerco di intervenire? Se quella VUOLE farla finita, per motivi suoi (perché sindacare i motivi di altri?), mi autorizza all’inerzia o invece ho un dovere di solidarietà? Ha valore un testamento in cui si chiede di sospendere un futuro aiuto ordinario attualmente, come ipotesi, non gradito? Non è un modo per farsi uccidere, invece che lasciarsi morire? Se io intervenendo posso sperare in un recupero o comunque in una situazione dignitosa, non sono obbligato a tentare il soccorso?

È rischioso, molto, dire che la condizione di Eluana manca di dignità. Se vale per lei vale per le migliaia di casi simili. È inumano far continuare vite non degne di essere vissute. Anche se l’interessato ha espresso di voler continuare a vivere così, non possiamo permettere che si autoprocuri una situazione indegna. La dignità è oggettiva, tantopiù se nella condizione in discussione manca coscienza. Se infatti fosse la soggettività a dare o meno dignità a una certa condizione esistenziale, questo non potrebbe accadere per condizione di assenza di coscienza come lo stato vegetativo o il coma. Non può essere neanche un parere espresso anni prima a rendere dignitoso o meno uno stato di vita. Una dignità retroattiva è uno scherzo. Lo sforzo è di trovare dignità in una situazione di grande passività. Se non ci riusciamo dovremo bonificare tanto dolore.

Dice Chiara Lalli oggi in una lettera sul Corriere:

Non possiamo avere la certezza assoluta e attuale perché Eluana non può esprimere il suo parere (ma tanto venivano scritte analoghe parole quando Piergiorgio Welby chiedeva di essere lasciato morire in pace), ma abbiamo ragione di credere che Eluana non avrebbe desiderato sopravvivere in questo modo. Il volere di una persona che non può più esprimerlo può essere ricostruito dalla sua vita e dalle testimonianze di chi le voleva bene.

Questo fa paura, la ricostruzione di quel che pensa uno a partire dallo stile di vita e da testimonianze di altri. Comitati di empatici che proietteranno sui corpi inermi le loro idee di qualità della vita. Se in un incidente un ballerino o un amante del ballo e dello sport rimanesse senza gambe, cosa avrebbe preferito gli accadesse, morire o vedersi zoppo? Per evitare il tragico dolore al risveglio dall’amputazione, potremmo ricostruire il suo pensiero e aiutare a realizzarlo.

Il paragone poi con Welby non ci sta. Situazioni diversissime per dipendenza da macchine e interventi straordinari nel caso di Welby.

Un mediazione molto al ribasso ma non rigettabile è decidere per la vita se si trovano persone disposte alla cura. È stato tremendo nel caso di Terri Schiavo lasciarla morire quando i genitori volevano accudirla. Nel caso Englaro le suore che l’hanno accudita per questi ultimi 12 anni chiedono al padre di lasciarla a loro. Fino a quando c’è qualcuno che vuole curarla perché ucciderla?

Altra domanda: sospendendo l’alimentazione ci vorranno diversi lunghi giorni perché muoia di sete e fame. Verrà sedata. Perché? Perché sedarla se si è sicuri che non è in grado di soffrire, se non sente niente?

Casi di questo genere costringono noi sani ad aver cura; il loro senso è altruistico perché obbligano la società a ritrovare l’altruismo. Non sono vite inutili.