L’ateo buono come prova dell’esistenza di Dio

Paolo De Gregorio commenta Gesù Cristo e Obama (per dire)

“In una parola: l’ateo buono è una prova che Dio esiste.”

Questa in effetti anche a me fa venire in mente la tipica tendenza del religioso debole di essere in grado di difendere Dio in qualunque situazione, e di saper dimostrare la sua esistenza a partir da qualsivoglia circostanza (mentre il credente forte ti palesa onestamente i dubbi che cose come la sofferenza in croce o la sofferenza nel mondo gli pongono questioni di coscienza non semplici e spesso irrisolte)… Così si finisce per sostenere alla Zambelli che l’ateo buono dimostra Dio, mentre probabilmente per lui il devoto incendiario si comporterebbe così solo perché ha capito male.

Non so se sono un credente forte o debole, o piuttosto un ateo debole o forte. Vorrei provare a spiegare meglio la frase iniziale. Credere non è facile per me. Se però devo essere onesto non riesco a dire che Dio non esiste. Certi giorni mi sfido e mi dico: allora basta, piantala lì, smettila di girare attorno alla fede, a Dio, alle teorie e pratiche teiste. Ma, appunto, se voglio essere onesto con me stesso devo accettare che a quella sfida non posso acconsentire. Riconoscere “un che” di nome Dio rientra in un’evidenza di fondo, come dire che il mondo esiste. L’ordine e la bellezza del mondo, nonostante le sue tragedie che mi pesano (pensa che ho fatto la tesi di teologia sulla morte, domanda che mi portavo dietro dal primo momento che ho iniziato a studiarla), sono un segnale fermo, forte, palese, stringente di una mente e un cuore libero (un centro intenzionale) regista di tutto quanto. Un quadro, anche tragico, ha un pittore. Onestamente non riesco a levarmelo di testa. Cos’è credere? Che quella mente libera sia amore. Non accettare la presenza sotterranea e a giorni più esplicita in quello che chiamiamo mondo. C’è, ma chi è? Che vuole? Che fa, davanti a tante sciagure? Credere è accettare che le tracce di senso seminate nel mondo siano indici veritieri. Il credente si aggrappa a tutto per cercare il suo Dio. Il suo volto. Il volto manifesta le intenzioni e la realtà interiore di chi lo possiede. È l’araldo dell’io. Vorrei vedere l’io di Dio. So che il mondo è già parte di questo suo manifestarsi. Ma sono come le sue vesti, non il suo volto. Vedo vestiti, vorrei un viso. Mi resta la meditazione e la contemplazione del segno di Dio che è Cristo. Penso alle sue storie, a quel che ha fatto, guardo la sua croce, sento le parole rivolte agli altri e a me che le leggo, e ricordo una delle sue frasi che mi piace di più: chi ha visto me ha visto il Padre.

Il cristiano è sempre debole. Sembriamo arroganti, presuntuosi, saccenti ma siamo fragili e deboli. Dei piccoli mendicanti del suo volto. Dei poverelli con la mano tesa. Facciamo compassione a noi stessi, per questo a volte ci mettiamo la corazza per non sembrare così vulnerabili. Ci fa paura la povertà della nostra condizione di cercatori. Ci convinciamo di avere le risposte, di sapere bene cosa fare e come vivere, ma siamo operai che provano a fare una casetta con le pietre trovate in riva al fiume. Cerchiamo appigli come un genitore che aspetta il ritorno del figlio e ad ogni segnale, scampanellio drizziamo le orecchie, siamo sul chi va là, diciamo ecco, è la volta buona. Nelle mie ricerche sono stato nei confini estremi della contea. Giorni precisi, momenti indimenticabili per la loro nottuosità, ore come buchi neri. Ho visto il nulla vicino. Nulla di senso di una vita sospesa tra una totale accidentalità prima e una totale sparizione dopo. Non ti sembri un contro senso rispetto all’evidenza che prima ho detto essere parte di me come l’aria che respiro. Dio può nascondersi. O più semplicemente vuole essere trovato per quello che è, nel fondo della vita. Quando ogni splendore di cose del mondo si fa opaco, è allora che c’è la chiarezza. Ma le ore passate nel fondo del pozzo sono pese. “Campane nel pozzo” è il titolo di un vecchio libro che ho scritto girando intorno all’ultimo film di Fellini “La voce della luna”.

Un Dio a prova di bomba. Un Dio la cui esistenza sarebbe dimostrata in qualunque universo esistente e in qualunque mondo, con qualunque set di leggi e qualunque cose facessero gli esseri viventi che popolano quei mondi. Bene diffuso, male diffuso, leggi disarmoniose, stragi o miracoli.

Chiedo comprensione per tutti quei poveri cristiani o credenti che cercano, come simpaticamente e argutamente dici, un “Dio a prova di bomba”. Chiedo venia, pietà, compassione per quei credenti che nella prova della vita si aggrappano a un Dio-presunto-granitico. Ho letto con interesse, come sempre, un articolo recente di Marcello Veneziani (intervistato tra l’altro assieme ad altre 15 persone nel mio libro) dedicato al cartello inglese “Probabilmente Dio non esiste. Smettete di preoccuparvi e godetevi la vita”: “Non hanno pensato [gli atei gaudiosi] a quanti in attesa della metro vivono una loro situazione tragica, un male incurabile, loro o di un loro caro, una vita sfortunata, fame, sofferenza e solitudine, pensano all’impossibilità di godersi la vita, e vedono sfilare davanti a loro quel vagone con quella scritta lì: che fanno, si buttano sotto il treno? Se Dio non c’è, la vita bella nemmeno, che ci stiamo a fare qui sulla pensilina?”.

L’etica fa parte di questa mia ricerca di un viso. Stando nel pozzo ho capito come nulla si slavi dal decesso di Dio. Tutto è costruzione, passatempo in attesa del ritiro. Ricordo una splendida pagina di Bukowski in Donne in cui elenca un sacco di cose antitetiche e importanti tutte fatte in attesa della morte. L’etica vista dal pozzo è un passatempo. Così mi compiaccio di persone convintamene etiche. E tanto più sono atee e insieme etiche più le interpreto come tracce del divino evidente. Non avrebbe senso fare il bene, stare sulla pensilina con gentilezza. Ma c’è chi da la vita per altri obbedendo come a una voce interiore. Da dove quella voce? Da dove quell’imperativo che onestamente si segue? Scusate la mia semplicità ma lo chiamo “segno divino”.

6 Commenti a “L’ateo buono come prova dell’esistenza di Dio”

  1. paolo de gregorio scrive:

    Apprezzo la sincerità di parte del post. Provo adesso a evidenziare quelli che dal mio punto di vista sono dei non sequitur, senza stare a perdere troppo tempo sulle cose sulle quali non ho più di tanto obiezioni.

    È indubbio che in molti casi il credere nasca sostanzialmente dalla difficoltà dell’Uomo ad accettare la morte come fine di tutto e (o) l’insopportabile circostanza che atti crudeli e malvagi possano restare impuniti. Un senso di giustizia insieme (o alternativamente) al senso di sconforto di fronte alla fine della vita sono quasi innati nella maggior parte degli uomini e dunque un motore potentissimo che muove il desiderio di credere in una vita eterna e in un dio giusto. Io rispetto questo sentire perché è quasi naturale ed è certamente delicato, perché coinvolge le nostre sofferenze e gioie più intime.

    Ma il conforto che un’idea produce non è garanzia che quell’idea sia vera. Oserei dire che non è da escludere che pretendere ciò sia in un certo senso un voler permanere in uno stato di immaturità nella vita (senza voler dare accezione negativa al termine). Anche il bambino desidera che Babbo Natale esista veramente e forse per un po’ si rattrista nello scoprire che non è così. Ma da adulti la maturità e la consapevolezza del fatto che anche senza Babbo Natale la vita pullula di significati molto più tangibili ci fa quasi apprezzare di più la magia dei rapporti umani, invece che farci rimpiangere quel mondo immaginifico che amavamo da bambini. Anche con la fede, secondo me, il credente dovrebbe come minimo valutare questa possibilità: che l’ateo possa in realtà accogliere con grande compiacimento la propria tendenza a scorgere i significati solo in ciò che è tangibile, e li sappia apprezzare enormemente, anche senza il conforto dell’idea di una vita magica e ultraterrena: proprio come l’adulto ama giocare a Babbo Natale col bambino pur sapendo che Babbo Natale non esiste, ma il bambino e le sue emozioni sì.

    Sempre tornando al conforto che l’idea di Dio può dare, se da questo punto di vista io non ho obiezioni né elementi per convincere nessuno, il discorso sale su un piano totalmente diverso quando a quell’idea si dà una forma molto dettagliata. È il momento in cui anche tu passi a parlare di Cristo, e miliardi di persone sulla Terra cominciano a parlare in massa di una manciata di forme: dettagliate e uniformi all’interno dei gruppi, ma diverse e incompatibili tra gruppi diversi. La forma di quell’idea assume connotati circostanziali che con Dio non è serio sostenere che abbiano qualcosa a che fare: per citare due esempi, la forma di Dio - supposto unico e universale - è fortemente correlata con fattori geografici e di censo. Il salto non è banale, è di una enormità assoluta, e viene spesso fatto come nel tuo discorso en passant: in realtà è come il salto, quando si osserva per esempio che l’universo ha delle regolarità, dall’osservazione che esso deve essere regolate da leggi fisiche all’asserzione che la mia teoria dell’universo è l’unica ammessa e corretta (spacciandola poi per verità evidente).

    E poi, da qui, si finisce per passare a norme, a regole, da estendere a tutti. Un altro non sequitur. Si parte dlla paura della morte, e si finisce per consigliare (quando non imporre, purtroppo) come tutti devono comportarsi in vita.

    Quando poi passi alle domande retoriche sull’esistenza (diciamo) dei comportamenti buoni tra gli uomini, anche qui io direi che basterebbe solamente che tu, invece che decidere di non darti una risposta se non quella a cui hai già pensato non provi invece a guardare la realtà tangibile, la natura. Scopriresti, o ti accorgeresti, se lo studiassi, che nel mondo animale esistono grandi atti di generosità come chi si sacrifica per un altro, anche talvolta non un parente, ed altri atti di enorme crudeltà. Proprio come nel mondo umano, solo che l’Uomo tende a popolare maggioramente con i propri comportamenti i lati più estremi (riesce ad essere più crudele ma anche più buono degli animali, ma che la mediana non coincida andrebbe verificato). Eppure dubito che le società animali siano regolate su basi teologiche o confessionali per funzionare in questo modo. Eppure dell’Uomo lo si dice assolutamente necessario. Come si spiega la generosità tra animali? Anche a costo, lo si è osservato, del sacrificio della vita stessa?

    Ma si potrebbe ancora obiettare che tutto ciò, semmai, come l’ateo, dimostra anch’esso Dio. E poi - si osserverebbe - comunque gli uomini non si comportano come animali, e fanno anche atti pensati di altruismo. Ma anche qui, se si volesse addebitare tutto ciò al soprannaturale, io mi chiederei come mai educhiamo la gente invece che affidarci solo a Dio. Come mai, se un bambino viene educato ad essere violento, è probabile che tenderà ad essere violento. Come mai un bambino cui viene spiegato che edeve essere geneorso lui avrà una certa tendenza ad essere generoso. Come mai quando viene ritrovato un Uomo che ha vissuto tra gli animali si scopre che ha un atteggiamento sociale totalmente diverso da noi; e poi, in una certa misura, egli riesce lo stesso in parte ad adeguarsi alle regole sociali dell’Uomo quando viene messo a contatto con loro. Come è possibile spiegare che nel corso della storia ciò che l’Uomo ha ritenuto giusto o sbagliato fare è cambiato così tanto, se l’unica sorgente che guida l’Uomo nelle proprie scelte etiche e sociali è una, immutabile ed eterna, ed esterna alla società umana?

    L’ultimo non sequitur. Ammetti tu stesso di nutrire, o aver nutrito, dei dubbi. Nel frattempo, però, come hai spiegato, ritieni sensato estendere anche a chi non credere le conseguenze sulla vita sociale di quel tuo credo (almeno in parte traballante). Cosa farai un domani? Se, mettiamo, perderai la tua fede? Come spiegherai a chi è stato indotto a seguire le tue scelte di vita sociale e di interrelazione, pur non credendo nel tuo dio, che hai cambiato idea? Per te cambierà poco: un domani come ora e allora agirai nel sociale, nella vita di relazione, esattamente come la tua coscienza religiosa (ora e allora) o atea (domani) ti indicherà. Ma tu professi che tutto va esteso agli altri, e quindi per gli altri sì che sarà cambiato qualcosa.

  2. tycooko scrive:

    Mh. Non capisco.
    Al mondo ci sono cose belle. Ok, fin qui ci siamo.
    Le cose belle sono la prova che Dio c’è e ci ama. Mh, già qui vacillo, ma vediamo il resto.
    Al mondo ci sono cose brutte. Eh sì, eh.
    Le cose brutte nulla dicono dell’esistenza e/o dell’amore di Dio per noi, anzi sono solo colpa nostra. E la logica e la coerenza? Boh.

  3. Massimo Zambelli scrive:

    X Paolo de Gregorio

    > Si parte dalla paura della morte, e si finisce per consigliare (quando non imporre, purtroppo) come tutti devono comportarsi in vita.

    Qual è la genesi della fede, del riconoscimento di esistenza di un essere divino? Ho provato a dire che questa genesi non è la paura. Non è il terrore ma lo stupore. La paura o il bisogno possono costringere a fare i conti con tematiche altrimenti evitate. Il cadere da cavallo (Paolo docet) pone al centro altri mondi prima tenuti lontani da presunzione, interessi, preconcetti, o semplicemente storie diverse. Paolo non crede perché diventa cieco e cade da cavallo, ma cade da cavallo perché vede una grande luce e sente un voce. Metaforizziamola per noi. È la bellezza e la silenziosa pregnanza del cosmo ad annunciare un altro, un creatore. Quando poi uno scopre che la vita è sensata, allora ha senso che lo sia anche l’agire. L’agire sensato e buono non è un miraggio ma è vero e giusto, proponibile anche per altri, almeno fino quando, verificabilmente, non se ne sappia proporre un altro migliore.

    > Come si spiega la generosità tra animali? Anche a costo, lo si è osservato, del sacrificio della vita stessa?
    > …se si volesse addebitare tutto ciò al soprannaturale, io mi chiederei come mai educhiamo la gente invece che affidarci solo a Dio

    Credo nella razionalità (scoprire, capire) e nella libertà dell’uomo. So scoprire schemi di azione intorno a me. Li posso valutare riferendoli a un’essenza che è filosoficamente estratta dall’osservazione. Sarà reale o immaginaria questa essenza? Una fede teologica allaccia, unifica, i segni che ci circondano. Non c’è questa essenza? Non è reale ma immaginaria? Allora smettiamola di pensare e parlare di bene e male, di dover fare e di scomunicare chi non fa come pensiamo noi.

    Siamo liberi e perciò, rispetto agli animali, pur vedendo uno schema e un’essenza possiamo contraddirla. Se invece non siamo liberi ma vincolati e determinati dagli elementi neuro-bio-socio-inconscio-istinto-logici, allora diciamo ciao all’umanesimo. La fede mi libera dalla riduzione dell’umano. L’educazione dipende che siamo in crescita. Abbiamo la capacità di linguaggio ma lo dobbiamo apprendere. Non vedo il problema.

    > Come è possibile spiegare che nel corso della storia ciò che l’Uomo ha ritenuto giusto o sbagliato fare è cambiato così tanto, se l’unica sorgente che guida l’Uomo nelle proprie scelte etiche e sociali è una, immutabile ed eterna, ed esterna alla società umana?

    Chi ha detto che c’è “un’unica sorgente” dell’agire? Il credente include altre spinte. L’ateo le nega. La visione credente è più inclusiva, più completa, di quella atea.

    > ritieni sensato estendere anche a chi non credere le conseguenze sulla vita sociale di quel tuo credo

    Non uccidere è una di queste conseguenze, la trovi così ingombrante? Per un essere libero e conoscente non è affatto scontato che l’agire omicida sia valutabile negativamente. Tanto che, lo ripeto, trovare atei sinceramente buoni e altruisti, convinti che *così deve essere*, mi rincuora sul fatto che davvero il gusto intuito non sia un miraggio, un’illusione, ma una realtà oggettiva. L’ateo buono prova che Dio esiste e che c’è un aldilà di giustizia.

    > Cosa farai un domani? Se, mettiamo, perderai la tua fede? Come spiegherai a chi è stato indotto a seguire le tue scelte di vita sociale e di interrelazione, pur non credendo nel tuo dio, che hai cambiato idea?.

    Qui si rischia l’equivoco. In cosa, a parte le grandi linee guida (e le conseguenze dedotte in riferimento ad esse), ti sembra che il credente induca altri a seguire scelte di fede? Dove vedi obblighi di fede imposti a tutti? Se facciamo buona la “fede nell’uomo”, che tu metti con la maiuscola, la fede nella dignità dell’uomo (preambolo ONU), la fede in valori spirituali (art. 4 costituzione), la fede in valori di libertà, cultura, salute, solidarietà (sparpagliati nella costituzione)… , quali altri obblighi di fede religiosa vedi imposti? Perfino le feste religiose (Natale, le domeniche) e i simbioli religiosi non obbligano nulla alla coscienza di chi non vi aderisce, e sono effetti di cultura che perfino un non credente può tenerci gelosamente per la propriaA storia e per la bellezza che racchiudono. Dove vedi costrizione di coscienza?

    Quando si inizierà a vedere all’opera nelle famose questioni di bioetica (es. legge 40, matrimoni gay e casi di possibile eutanasia) una consequenzialità razionale e non l’imposizione di fede? Se c’è fede (e c’è come sempre ogni volta che si afferma un sì alla vita) questa è nella premessa etica. Dopo si tratta di applicarla alle varie situazioni. Se l’Uomo ha dignità questa deve averla là dove egli concretamente inizia, là dove è povero e quando è malato. O non l’ha mai.

  4. paolo de gregorio scrive:

    Dibattere rimanendo focalizzati sulle questioni sollevate ed entrare nel merito concreto dei punti specifici non farebbe altro che giovare ad una discussione; ma tant’è, non avendo ricevuto molte risposte nel merito vado lo stesso avanti ribattendo a questi nuovi “punti” avanzati.

    Qual è la genesi della fede, […] non se ne sappia proporre un altro migliore.

    Dato però che ho trovato inintelleggibile questa parte, vado semplicemente avanti.

    Allora smettiamola […] di scomunicare chi non fa come pensiamo noi.

    Finalmente ci troviamo d’accordo su qualche cosa.

    Siamo liberi e perciò, rispetto agli animali, pur vedendo uno schema e un’essenza possiamo contraddirla.

    Certo. Ma vale tanto nel bene quanto nel male.
    E allora?

    Il mio punto di domanda mi sembrava chiaro: in che modo la constatazione che sappiamo essere tanto più buoni quanto più feroci della media del mondo animale riflette un agente benevolo?

    Il credente include altre spinte. L’ateo le nega. La visione credente è più inclusiva, più completa, di quella atea.

    In un mondo ideale uno vorrebbe vedere che le opinioni venissero supportate dai fatti. In mancanza, uno spererebbe almeno in una argomentazione. Piazzare dal nulla affermazioni gratuite e non spiegate, nemmeno con una parvenza di argomentazione, non contribuisce alla discussione.
    Però una cosa la posso far notare: secondo questa tua logica, dato che a Zeus addebitavano certamente più spinte che al Dio cristiano di oggi (per esempio Zeus era responsabile diretto anche dei fulmini, da cui il Dio cristiano è ormai esentato), noi ne dovremmo dedurre che la visione del credente in Zeus è “più inclusiva, più completa” di quella cristiana.

    Non credo che per avere visioni più complete basti aumentare il numero degli agenti di cui si postula l’esistenza e/o delle loro qualità e spinte. Occam aveva le idee chiare.

    Non uccidere è una di queste conseguenze, la trovi così ingombrante?

    Qui non so se mi stai suggerendo che un comandamento è l’unico freno che hai ad uccidere qualcuno, o che senza avere un comandamento come riferimento non sarebbe possibile (ateamente) giustificare la necessità di una norma che disincentivi a farlo.

    Intanto il presupposto taciuto è che (non si capisce poi perché) noi avremmo questo fantomatico istinto irrefrenabile ad uccidere i nostri simili, che può essere solo controllato quando è normato. Eppure se guardo al mondo animale mi accorgo che animali che sono grandi killer, come per esempio i leoni, non si dilettano quasi mai nell’ammazzare i propri simili, anche quando ne potrebbero trarre un immediato vantaggio. Ma sarà per caso perché i leoni ubbidiscono ad un comandamento? O ad una legislazione?

    Del resto se siamo arrivati salvi fin qui non è che sarà proprio perché l’istinto omicida non è presente in tutti quanti noi? Come non lo era in tutti quanti i nostri antenati, che si sarebbero altrimenti annientati a vicenda?

    A parte fare ricorso all’istinto ed all’antropologia, potrei poi avanzare analisi razionali: per esempio basterebbe guardare allla storia per verificare se le uccisioni producano vantaggi stabili e duraturi ai perpetranti. Sembra che tale circostanza sia invece più l’eccezione che la regola.

    Non si nega poi l’esistenza di una ricorrente forma di piacere nel vedere i nostri simili gaudiosi invece che vestiti a lutto, e quindi rinunciare a quel cinico proposito può certamente portare immediato giovamento.

    Ma poi cosa direbbe questa regola, “non uccidere”? Può essere emendata oppure uno la deve seguire e basta, senza porsi domande, dato che “lo ordina Dio”?
    Perché io, scetticamente parlando, posso anche immaginarmi di trovarmi nella stessa stanza, armato, con un tizio disarmato che ha il dito su un bottone, premuto il quale si scatenerebbe un’apocalisse nucleare in tutto l’altro emisfero della terra rispetto a dove mi trovo. Basta una minima pressione, e il tizio è deciso a premere il pulsante, e lo farà di certo anche se mi avvicinerò a lui.
    In fondo però io non sono nemmeno minacciato, quindi non ho la scusante della legittima difesa, né lo è (minacciato) nessuno di mia conoscenza.

    Beh, disubbidendo al comandamento salverò miliardi di persone.

    Che faccio, sempre scetticamente parlando? Sparo o non sparo? Oppure seguo il comandamento? E Zambelli cosa farà? Seguirà il comandamento o vi disubbidirà? In fondo in fondo potrebbe sentirsi, insieme a qull’uomo, uno strumento di Dio per un disegno apocalittico di cui non sa scorgere il significato, ma che egli intuisce che non deve contrastare.

    Nell’altro emisfero terrestre chissà cosa spereranno: che nella stanza dei bottoni, con quel tale, ci sia uno scettico che metabolizza le norme e le leggi mantenendo la mente critica e aperta al dubbio; oppure un credente irriducibile e incorruttibile nel comandamento “non uccidere!”?

    Per un essere libero e conoscente non è affatto scontato che l’agire omicida sia valutabile negativamente.

    Credo di aver ampiamente risposto qui sopra a questa tua gratuita obiezione (indimostrata e inosservata). Come già in passato notato, trovo invece preoccupante il fatto che tu voglia farci intendere che se Zambelli non va in giro a sparare alla gente è principalmente perché crede in Dio.

    Mi chiedo poi se il credente valuterà negativamente e gravemente me se, nella situazione descritta sopra, io disattendessi a questa norma (legge o comandamento che sia).

    L’ateo buono prova che Dio esiste e che c’è un aldilà di giustizia.

    Apoteosi. Peccato che se sei cristiano credi anche che da quell’aldilà di giustizia sono esclusi proprio quegli atei buoni che per te sono prova stessa che quell’aldilà di giustizia esiste. Sembra che il Dio stesso in persona - in cui credi - non condivida questo tuo pensiero di giustizia. Non lo dico io, lo dicono praticamente tutti i profeti, e soprattutto lo dice Cristo ad ogni occasione buona. Sto ormai esaurendo le parole per controbattere a questo modo un po’ schizofrenico (senza offesa) di ragionare e argomentare.

    Quando si inizierà a vedere all’opera […] una consequenzialità razionale e non l’imposizione di fede?

    Ecco, per chiudere in bellezza, un ultimo esempio. Un attimo fa non era “affatto scontato che [persino] l’agire omicida sia valutabile negativamente”, ed ora ci si implora addirittura di riconoscere nientemeno che una “conseguenzialità razionale” in una certa presa di posizione reputata buona. E ci si rammarica, addirittura, che non accada.

    E sentiamo allora, con quali strumenti? Con quali strumenti uno potrebbe farlo? Con quali strumenti uno che - col solo ed esclusivo uso della ragione - potrebbbe non avere alcuno strumento per valutare negativamente l’omicidio, con quali strumenti dovrebbe d’incanto e magicamente saper invece valutare razionalmente la validità di certe posizioni su questioni bioetiche?

    P.S.: Uomo può scriversi maiuscolo, per esempio quando ci si riferisce alla categoria (specie) Uomo nella sua interezza e non ad un singolo uomo (Uomo in questo caso è nome proprio di un gruppo di individui). Quindi scriverò: “l’uomo di fronte mi ha invitato a cena” ma anche “l’Uomo è una brutta bestia”.

  5. Luigi scrive:

    PERCHE` IL NON CREDENTE PAOLO DE GREGORIO ( E CON LUI UNA GIGANTESCA TRUPPA ) SI SBAGLIANO

    Paolo de Gregorio prova, come tentano legione sul Web ed altrove , a ripresentare l`idea di Dio, inteso come un Essere Supremo, eterno e trascendente, da una qualche esperienza spaventosa. Come contro reazione confortante della morte in particolare ed in genere di quanto ci sembra ingiusto, insopportabile, inamissibile.

    Nihil sub sole novi. Era gia` un pallino fisso dell`Illuminismo quello di immaginarsi un ” uomo primitivo ” sempre intento a tremare di paura e pronto a dire ” Oh Dio ! ” davanti al primo fulmine o altro fenomeno naturale. Poi ripetendo ” oh Dio ..oh Dio ” di grotta in grotta e di villaggio in villaggio ecco come si spiega ” veramente ” l`idea di Dio !

    Non si e` mai accorto qualcuno di costoro, quando ipotizza cose del genere ( ancora oggi su Yo Tube ed altrove ! ) di uomini di 200.000 anni fa` quanto e` difficile ed enigmatico capire il proprio vicino di casa ?

    Anche il nostro ripete la tiritera: ” Ma il conforto che un’idea produce non è garanzia che quell’idea sia vera “, ect.ect.

    Naturalmente quello che dice qui il de Gregori e` vero..ma per la stessa ragione per cui lo sconforto non dice che una idea sia vera.

    La ragione e` talmente banale che ci si vergogna quasi a ricordarla: la genesi empirica, sentimentale, esperienziale di una idea non ha NULLA a che fare con la verita` o falsita` in quanto tale di una idea.

    E` l`idea in se e per se che va` giudicata e valutata. Io ho conosciuto una grande amica facendo la fila alla posta e Newton, a quanto pare, ha pensato alla gravitazione universale dopo che una mela gli e` cascata in testa.

    Ma le poste non decidono se l`idea di amicizia e` frutto della mia maturita` od esprime un anelito piu` profondo e le mele non hanno nulla da dire sulla verita` o meno della gravitazione universale.

  6. Luigi scrive:

    ps. nella 3 Riga: ” come proveniente da una qualche esperienza spaventosa “

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