I casi Welby ed Englaro

Englaro Welby
È mia opinione che i due casi sono molto diversi, sia relativamente al consenso che al contenuto del rifiuto. Welby ha dato un consenso attuale e riguardava un intervento su di sé straordinario come quello del respiratore artificiale. Per Eluana Englaro il suo volere è stato ricostruito (cosa che non si accetta neanche per ereditare una bicicletta da un defunto amico) e ha riguardato non una terapia che curava o leniva una malattia ma il mangiare e il bere, cioè un’assistenza di base.

Potrà dispiacere finché si vuole e si potrà anche cercare di convincerlo del contrario, ma se un malato come Welby rifiuta convintamente la terapia per lasciare che la malattia faccia il suo corso, credo che non glielo si possa impedire, che non sia giusto impedirglielo.

Del tutto diverso il caso Englaro. Interrompendo idratazione e alimentazione non si lascia che la malattia faccia il suo corso. Eluana non è morta di una malattia letale, ma è morta di fame e sete, che non sono una malattia mortale ma un bisogno elementare. In questo caso il termine giusto che senza eufemismi mi viene da usare è uccidere. Provate a immaginare se anziché di cibo e acqua un malato nelle sue condizioni venga privata di ossigeno. Lo si mette in una stanza ermetica e si lascia che il suo respiro consumi l’ossigeno fino a trasformarlo nella letale anidride carbonica. Dopotutto, si potrebbe dire con lo stesso criterio per cui si è rifiutato cibo e acqua ad Eluana, lui non può alzarsi e cambiare aria alla stanza, quindi l’aria da respirare è una terapia che può essere rifiutata. Eluana non aveva bisogno di un respiratore artificiale come Welby, aveva però bisogno di qualcuno che caritatevolmente gli cambiasse aria e la coprisse (lo stesso discorso vale per il tepore di una coperta). Senza quell’intervento “artificiale” (come artificiale è una stanza di ospedale e una finestra da aprire e chiudere, o un impianto di condizionamento), quel malato sarebbe morto. È per questo una terapia? No, è quell’avere cura che non rende il termine un atto medico. Avere cura è un atto umano di base, senza il quale non esiste medicina e società.

Una proposta di legge deve secondo me, pur sotto controllo e sorveglianza, dare la possibilità di attuazione del caso Welby e impedire altri futuri casi Englaro.

1 Commento a “I casi Welby ed Englaro”

  1. Massimiliano Vignoli scrive:

    In proposito di certa disavventura occorsagli, disse: il perdere una persona amata, per via di qualche accidente repentino, o per malattia breve e rapida, non è tanto acerbo, quanto è vedersela distruggere a poco a poco (e questo era accaduto a lui) da una infermità lunga, dalla quale ella non sia prima estinta, che mutata di corpo e d’animo, e ridotta già quasi un’altra da quella di prima. Cosa pienissima di miseria: perocché in tal caso la persona amata non ti si dilegua dinanzi lasciandoti, in cambio di sé, la immagine che tu ne serbi nell’animo, non meno amabile che fosse per lo passato; ma ti resta in sugli occhi tutta diversa da quella che tu per l’addietro amavi: in modo che tutti gl’inganni dell’amore ti sono strappati violentemente dall’animo; e quando ella poi ti si parte per sempre dalla presenza, quell’immagine prima, che tu avevi di lei nel pensiero, si trova essere scancellata dalla nuova. Così vieni a perdere la persona amata interamente; come quella che non ti può sopravvivere né anche nella immaginativa: la quale, in luogo di alcuna consolazione, non ti porge altro che materia di tristezza. E in fine, queste simili disavventure non lasciano luogo alcuno di riposarsi in sul dolore che recano.
    Detti memorabili di Filippo Ottonieri
    Giacomo Leopardi

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