Il Crocifisso radioattivo

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Per la Corte europea dei diritti umani il crocifisso nelle aule scolastiche è un simbolo pericoloso perché viola «la libertà di religione degli alunni». Riporto una riflessione contenuta in un mio libro dedicato all’argomento, per ora disponibile solo nella versione online: Il Crocifisso pubblico

Davvero si pensa che la semplice visione di un crocifisso possa attentare alla libertà di coscienza e di religione (o di non religione)? Se così fosse, quel simbolo (e ogni altro simbolo religioso) andrebbe eliminato da ogni luogo pubblico, strade e piazze comprese. Perfino le chiese non dovrebbero esporre sui muri esterni i segni della propria fede. Non si capirebbe infatti perché il livello di tossicità simbolica è intollerabile in un’aula scolastica, mentre invece è pacificamente tollerata lungo una strada.
Statue, edicole, pillastrini, Madonne, santi, scene votive, tutto materiale tossico e inquinante la libertà religiosa e di coscienza. E per di più, come qualcuno rimarca, in modo «subliminale», subdolo. Come l’uso dell’amianto, pericoloso per le sue polveri sottili, impercettibili – subliminali anche qui, direi –, è da bandire non solo negli edifici pubblici ma anche in quelli privati, così i simboli cristiani dovrebbero essere ritirati da ogni esposizione visiva, perché nocivi sempre e ovunque. Può anche darsi che negli spazi aperti, grazie a una pluralità di segni e rimandi, vi sia una maggiore «dispersione simbolica» capace di diluire la forza del principio attivo e di renderlo più sopportabile. Ma perché rischiare? Una persona potrebbe trovarsi in una costrizione alla prossimità (ad esempio per motivi di lavoro o di domicilio), tale da esporre il malcapitato al rischio di attentare la propria libertà di coscienza. Meglio evitare. Meglio prevenire. Meglio togliere. Ovunque.

5 Commenti a “Il Crocifisso radioattivo”

  1. paolo de gregorio scrive:

    Una prima osservazione è antropologica: la determinazione di chi difende una legge che rende obbligatorio esporre in tutte le classi delle scuole pubbliche italiane un crocifisso non è inferiore a quella di chi vorrebbe che si facesse eccezione a quella legge (come questo post dimostra). La riflessione allora riguarda i primi: faccio sinceramente fatica ad immaginare la forza e sicurezza di una fede in un Gesù che è nientemeno che filgio di Dio, creatore di tutto l’esistente, infallibile ed infinitamente buono e giusto, il quale però ha bisogno - per essere realmente visibile (secondo questa componente di credenti) - che la sua effige nell’atto di spirare violentemente per mano dell’Uomo sia esposta in tutte le classi del paese. Questo ragionamento mi fa venire un sincero dubbio che questioni come salvezza dell’anima, vita eterna, verità del creato siano lontanamente motivi ispiratori di chi non ha nessuna intenzione che lo Stato italiano rinunci a questo endorseement, o perlomeno mi fa venire un dubbio che si creda veramente in quelle circostanze riguardanti chi è Gesù, sopra menzionate.

    Passo di seguito ad entrare nel merito, facendo esempi terra terra perché qui mi pare che sia d’obbligo partire dall’ovvio. Il primo punto riguarda la distinzione, che in questo passo non ci si prende la briga di fare, tra spazio pubblico e privato. Un tale è liberissimo di recitare in piazza la poesia della terra piatta, un altro tale è liberissimo di annunciare a gran voce che Napoleone non è esistito, un altro ancora è liberissimo di scrivere sul muro di casa in bella vista che la Costituzione italiana gli pare una schifezza. Vuole per caso dire che si senta il bisogno di una legge che obblighi ad inserire nei programmi scolatsici le nozioni di terra piatta, di inesistenza di Napoleone, di insussistenza della Costituzione? Direi chiaramente che no. E il fatto che nelle scuole non si possa insegnare quanto detto comporta per caso che quelle azioni su menzionate diventino illegali? Direi ancora chiaramente di no.

    Questo banalissimo esempio chiarisce che lo spazio pubblico e quello privato non coincidono e non sono tutelati allo stesso modo: la libertà di “sventolare” dei simboli e l’obbligo di esporli in uno spazio pubblico non sono inseparabili (uno è un diritto, l’altro un’imposizione). E chiarisce quindi anche che se qualcuno delibera che il crocifisso dovrebbe non essere presente in un tale spazio pubblico non vuole affatto dire che di conseguenza dovrebbe sparire dalle strade.

    Passando poi alla sostanza. Io la metto così: non è una questione di venire offesi dal simbolo. Io sono un ragazzino delle elementari, non mi identifico nel cattolicesimo (per educazione familiare, tradizione o persino convinzione infantile). Dietro l’insegnate impera un crocifisso. Tutti i miei compagni sono cattolici. Mi sento diverso dai miei compagni di fronte alla scuola, percepisco (consciamente o meno) che la scuola vede me diverso dagli altri.

    A questo punto per chi difende lo status quo si presentano secondo me due alternative: si ritiene impossibile che anche un solo ragazzino in tutta Italia possa sentirsi diverso dagli altri; si ritiene che se si sente diverso dagli altri la scuola pubblica non deve curarsene e continuare ad esporre il simbolo.

  2. Massimo Zambelli scrive:

    - Non è Gesù che ha bisogno. I simboli danno a pensare a noi.
    - Ripeto, una cosa pericolosa in un luogo pubblico (lede la libertà di coscienza, così dice la sentenza) lo è anche per la strada e andrebbe quindi tolto. Si dovrà iniziare, per coerenza, un’opera di bonifica simbolica che farà sembrare un gioco da mammolette il furore iconoclasta dei talebani del Bamiyan che li ha portati a distruggere le statue dei Buddha.
    - Quel ragazzo infastidito dal crocifisso starà molto male nella scuola italiana dove immagini, concetti e storie che riguardano la religione cristiana sono massicciamente presenti: è la nostra storia e il crocifisso ne è un richiamo simbolico.

  3. paolo de gregorio scrive:

    - Sì ma resta il fatto che è un’ammissione di debolezza del messaggio di Gesù se si dice che esso viene affiovolito dall’assenza di un suo simbolo visibile nel luogo pubblico (preciso fuori tema che ho i miei scetticismi che Gesù è così che volesse essere ricordato).

    - Ormai da tempo abbiamo elaborato il concetto di “la libertà inizia e finisce dove finisce e inizia quella dell’altro”. In una scuola pubblica dove la legge italiana obbliga il bambino ad andare, dove egli ha bisogno inevitabilmente di guardare al proprio insegnante se vuole avere la possibilità di imparare qualcosa e avere un buon futuro nella nostra società, la presenza del crocifisso imperante dietro l’educatore è effettivamente un’imposizione o una potenziale ostruzione, e la libertà dei compagni di vedere esposto un simbolo in cui si riconoscono può cozzare con quella dell’altro. Nelle strade invece non vi è obbligo di soggiornare, non è previsto che uno per trenta ore alla settimana debba tassativamente guardare nella direzione della croce se vuole sperare in un futuro professionale e civico propizio, e quindi la libertà di chi è favorevole all’esposizione dei simboli può essere difesa senza entrare in contraddizione diretta con la libertà di un altro, perché non vi fa da contraltare un’altra limitazione stringente alla libertà. Va aggiunto anche questo: che io sarei contrario ad imbiancare un affresco che raffiguri Cristo e che alberghi dietro all’insegnante, se quello è sempre stato lì. Appendere un chiodo (ironia della sorte è proprio un chiodo che serve a questo) volontariamente è diverso dall’accettare la presenza di simboli già esistenti: è nel secondo caso che si applica il ragionamento “testimonia quello che siamo stati e da dove veniamo”, non nel primo. In ogni caso trovo sintomatico che si confonda il luogo dove viene svolto il ruolo di educatore dei nostri ragazzi con le strade di città (ma sta parlando un insegnante?).

    - Non credo che rientri nel ruolo dei giudici, né nel suo, giudicare se un ragazzo infastidito dal crocifisso si troverà male a scuola su altri fronti (e in ogni caso se anche fosse vero la cosa mi sembrerebbe un grave peso di repsonsabilità per i cattolici e non per il ragazzo, e non mi sembra in ogni caso un buon motivo per infierire con tutti i mezzi e peggiorare le cose). Io credo che ci sia una distinzione netta tra il dire che una cosa “è la nostra storia” e obbligare all’esposizione del simbolo: nel primo caso non si fa un endorsement ma si constata un fatto, non ci si schiera con chi quella storia vuole ancora oggi proseguire nel presente e nel futuro, e pertanto si è lasciati con la libertà di entrare a farne parte o meno. Il simbolo appositamente posizionato sta invece a dire (simbolicamente) chi siamo hic et nunc: è un monito, è un endorsemment del pensiero di chi è cattolico.
    Rimanere chiusi, in questi secolo, all’occasione che il pluralismo delle identità ci fornisce è un atteggiamento che farà fare poca strada al cattolicesimo del futuro (è una mia opinione). Il fatto che ci sia anche chi oggi non riesce a identificarsi nel crocifisso è un valore, non una colpa.

  4. Gianna scrive:

    “Il fatto che ci sia anche chi oggi non riesce a identificarsi nel crocifisso è un valore, non una colpa.”

    Riprendo questa frase per ragionarci sopra. Io sono contro la sentenza che ha emanato la corte europea, ma sono d’accordo con lei (il signore che ha espresso questo pensiero), in questo caso. Il fatto che quel ragazzo non si ritrovi nel simbolo del crocifisso non è di certo una colpa. Anche se non tutti gli italiani la pensano così. Il fatto di essere non credente è un valore, come dice lei, e come tale deve essere rispettato. Ma qui mi sorge un dubbio. Gli studenti che, invece, si ritrovano nel simbolo del crocifisso cosa dovrebbero dire se venisse tolto? Anche questo è un valore per loro. Quel ragazzo non si ritrova nel simbolo del crocifisso, ma non consiste esattamente in questo il suo valore religioso. Esso consiste nel fatto che lui non creda in niente, in nessun dio. Di questo non bisogna fargliene una colpa. Anzi. Può servire per confrontarsi e ragionarsi sopra. Per questo io dico, che fastidio gli darebbe un simbolo che per lui non ha nessun significato? Per lui sarebbe come una lampada, no? Ho seguito alcuni dibattiti televisivi che parlavano di questo argomento in cui hanno intervistato anche il ragazzo in questione. Lui sostiene di sentirsi “diverso”. Per esempio, quando c’è l’ora di religione, deve alzarsi e andarsene dalla classe. Posso capire lui cosa intende. Ma è lui che ha fatto questa scelta. Nessuno l’ha obbligato a essere, come dice lui, “diverso”. Una soluzione per questo problema sarebbe abolire l’ora di religione. A questo punto, però, scatta la rabbia degli altri studenti che, invece, vogliono partecipare all’ora di religione. Neanche tanto perché sono credenti. Ma perché vogliono confrontarsi, discutere di cose che non riguardano solo il cristianesimo o qualunque altro tipo di religione. Molti ragazzi non hanno capito in cosa consiste l’ora di religione a scuola. Non è come catechismo e non lo è mai stato. In questa ora non si parla di una religione in particolare. Invece, si cerca di capire il senso della vita, della felicità, di tutto quello che c’è di bello al mondo. Si parla di dibattiti come questo, si possono confrontare più religioni, per poi capire quale strada intraprendere nella vita. La mia professoressa, alle medie, ci ha esposto il Buddismo, l’Induismo, l’Islamismo, il Cristianesimo.
    Questo ci fa capire che la guerra tra religioni non serve proprio ad un emerito cazzo (scusate il termine). Poiché, se accontentassimo ogni minimo capriccio di ogni cittadino, ci verrebbe fuori il caos. Per esempio, ci sono un’infinità di persone che non sopportano le donne che portano il velo. Io su questo non sono d’accordo. Se noi non vogliamo che loro dicano niente sulla nostra religione, noi non dobbiamo dire niente sulle loro. È così difficile avere un po’ di rispetto? L’ora di religione lavora anche su questo. Avere rispetto per le religioni. Per questo dico che non è come fare catechismo, o andare in chiesa, o pregare. Essa è costituita da opinioni, dibattiti, pensieri, religioni diverse. Potrete ben capire che per me l’ora di religione dovrebbe essere obbligatoria.
    Molti ragazzi razzisti, appena sentito questa faccenda del crocifisso, si sono messi a dar contro agli stranieri, agli atei, a tutte le persone che non sono propriamente di dove sono loro stessi. È questa la figura che ci tocca fare? Che dei ragazzi che bestemmiano centinaia di volte al giorno, debbano prendere questo pretesto per accusare le persone straniere? Io penso che dovrebbero avere più disciplina. Anche perché se bestemmiano e sono razzisti, vuol dire che lo sentono da qualcuno. Che non è di certo un loro amico. In una trasmissione su canale 5 ho sentito esclamare da un’ospite che Maometto è pedofilo, un altro ha dato della “capra” alla signora a capo dell’associazione laica. Ma è questa la figura che dobbiamo fare in Italia? Ma non capisce nessuno che è proprio questo che vogliono ottenere? Più noi facciamo queste figure, più loro hanno motivo di offendersi e di andare avanti con queste cause. Io ho solo 14 anni appena compiuti e di certo non posso permettermi di dire che so trovare una soluzione a questo problema. Perché di soluzioni che vadano bene a tutti, per me, non ce ne sono. Perché ci saranno sempre persone che non sopportano le altre religioni e che cercheranno sempre di buttarle giù. Ma come ho già detto, io non ho la soluzione. Io dico solo che ci dovrebbe essere più rispetto per tutto, compresi i pensieri, gli usi e le religioni di persone che vengono da altri paesi.
    Con questo finisco. Arrivederci Prof!

  5. paolo de gregorio scrive:

    Giulia,
    nel mio intervento precedente penso di aver spiegato abbastanza profusamente perché secondo me non si possono mettere sullo stesso piano il diritto di un ragazzo che crede di veder esposto davanti a tutti il proprio simbolo e quello di un ragazzo che o non crede, o crede in qualcos’altro, di non vederlo esposto. Ci si deve ricordare che qui si parla della scuola dell’obbligo, che la scuola è di obbligo per tutti ed è la scuola di tutti. Se io sono un ragazzo ed espongo un mio simbolo alla parete, tanto per dire, e se un mio compagno chiede di rimuoverlo non si può sostenere che il mio diritto a vederlo esposto sia pari al suo. Né può valere il discorso della maggioranza: non se la scuola è per tutti ed è di tutti. I diritti non vanno a maggioranza: sono o non sono, e basta. Anzi, nel caso dei ragazzi proprio l’elemento di sottolineare la diversità di chi è minoranza è, a mio modo di vedere, diseducativo.

    Molti ragazzi razzisti, appena sentito questa faccenda del crocifisso, si sono messi a dar contro agli stranieri, agli atei, a tutte le persone che non sono propriamente di dove sono loro stessi.

    Beh, allora questo mi pare che contraddica palesemente proprio quello che molti sostengono a favore dell’esposizione del crocifisso, ovverossia che esso è un simbolo di buoni valori universali che chiunque non potrebbe che recepire come tale. Non è vero: esso non è altro che un simbolo, religioso, o politico persino, che ispira alle persone quello che queste vogliono vederci, a volte secondo le proprie convenienze. Sono proprio questi episodi, che spero rari, che danno casomai ragione (e non di certo torto come sembri sostenere) a chi sostiene che un simbolo che può risultare (volenti o nolenti) discriminatorio non può essere reso obbligatorio per tutti, proprio laddove si educa alla pari dignità sociale di ogni singolo studente a prescindere dalla propria provenienza culturale o sociale.

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