Crocifisso e fascismo

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“Il crocifisso è un simbolo fascista”. Chi è contrario alla sua presenza usa spesso questo argomento. Ma è vero? Conta poco chiedercelo perché chi lo usa non lo fa per amore di verità storica ma semplicemente per introdurre in un ragionamento un’ostilità emotiva causata dall’associazione del segno cristiano con il vituperato fascismo. O, con lo stesso motivo, lo si associa alle crociate. Anni e anni di insegnamento unilaterale contro le crociate hanno reso questa parola urticante. Basta metterla accanto al nome di un papa, alla chiesa, ai cattolici o alle loro iniziative contestate, che l’effetto è di rendere rivoltante tutto l’insieme. Senza le crociate cosa avrebbe fatto l’islam dell’intera Europa? (articoli sull’argomento)

Crocifisso e fascismo. Ci prova Curzio Maltese in un articolo per certi aspetti delirante, come nel suo incipit: “La sottomissione dello Stato alla Chiesa è la madre di tutte le anomalie e anche la ragione per cui non vedremo mai le famose riforme promesse da tutti”. Se in Italia tutto va male è colpa della chiesa, che comanda su tutto. Pazzesco. Suo è il libello “La questua”, che raccoglie una serie di articoli pieni di livore e falsità contro la chiesa, pubblicati a puntate su la Rapubblica. Avvenire ha risposto qui. Ma a cosa servono i ragionamenti quando è la faziosità il motore del parlare? Ed ecco l’attesa associazione del crocifisso con il fascismo:

La nazione italiana nasce “contro” la Chiesa cattolica. Infatti dall’Unità d’Italia fino al regime fascista i crocifissi sono banditi dalle aule scolastiche come da qualsiasi altro edificio pubblico. Il crocifisso a scuola non è un simbolo della nazione, ma del fascismo. Il cinico risultato di un patto di potere fra un ex ateo, Mussolini, e un Papa acquiescente con Hitler.

Riguardo alla staffilata sul papa acquiescente rimando a questo link in Orarel. Prima di rispondere metto accanto la frase di D’Arcais, ateo professo e militante direttore della rivista Micromega, nell’articolo (Crocifisso, Flores d’Arcais: No al conflitto dei simboli):

Si è dovuto sentire che il crocefisso è simbolo irrinunciabile dell’identità e della storia d’Italia (Gelmini dixit, ma poi un po’ tutti). A dire il vero, per trasformare l’Italia da “mera espressione geografica”, come diceva il principe Clemente von Metternich, in Patria, è semmai contro la croce dei sanfedisti del cardinale Ruffo, e contro il Papa (che per reprimere la Repubblica romana chiamerà gli zuavi francesi) che verseranno il loro sangue i patrioti del Risorgimento. E l’Unità d’Italia, proclamata nel 1861, verrà considerata realizzata solo con la breccia di Porta Pia, in spregio delle scomuniche e degli anatemi che brandendo la croce la Chiesa comminerà. La nostra Patria nasce anticlericale, questa è la verità sulla “radice” storica. Della triade simbolica che riassume il Risorgimento (Cavour, Mazzini, Garibaldi), si deve al più moderato, moderatissimo, dei tre la formulazione canonica sulla rigida separazione tra Chiesa e Stato. Se proprio un simbolo dell’Italia, cioè della Patria uscita dal Risorgimento, si vuole appendere nelle aule, sarebbe storicamente assai più fondato il compasso dei frammassoni (di allora, non di Licio Gelli) anziché il crocifisso. Dovrebbe bastare il tricolore, perciò. Sarà solo il fascismo che deturperà e insozzerà il valore della parola “Patria”, trasformata in manganello retorico, a imporre il crocifisso come simbolo della religione di Stato, dunque della Chiesa cattolica, negli edifici pubblici. Mentre esaltava le gesta di un Impero – sia ricordato en passant – che su quella croce aveva suppliziato Gesù come infame ribelle.

La mia risposta consiste nel citare proprio la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (testo integrale) che ha stabilito (per il momento) di togliere i crocifissi. La sentenza, che evidentemente Flores D’Arcais e Curzio Maltese non hanno letto, ricostruisce la storia della presenza del crocifisso:

L’ obbligo di esporre il crocifisso nelle aule risale a un’epoca precedente all’unità d’Italia.
Infatti, l’articolo 140 del Regio Decreto n. 4336 del 15 settembre 1860 del Regno di Piemonte e Sardegna stabiliva che «ogni scuola dovrà senza difetto essere fornita (…) di un crocifisso».
Nel 1861, anno di nascita dello Stato italiano, lo Statuto del Regno di Piemonte e Sardegna diventava lo Statuto italiano.
Enunciava tra l’altro che «la religione cattolica apostolica e romana (era) la sola religione d Stato. Gli altri culti esistenti (erano) tollerati in conformità con la legge».

La presenza del crocifisso nelle aule scolastiche precede almeno di 60 anni l’avvento del fascismo. Senza contare che con la legge Casati di riforma scolastica del 1859, che trova attuazione nel regio decreto del 1860 citato sopra, si conferma “la volontà dello Stato di farsi carico del diritto-dovere di intervenire in materia scolastica a fianco e in sostituzione della Chiesa cattolica che da secoli deteneva il monopolio dell’istruzione” (Wikipedia). Immagino che nel monopolio dell’istruzione della chiesa il crocifisso ci fosse già nelle aule scolastiche da lei gestita. Ma dal punto di vista laico la presenza del crocifisso fu regolarizzata in un periodo di contrasto tra stato e chiesa. Proprio un’epoca “anticlericale” come sostiene D’Arcais mette il crocifisso! Noi che lo vogliamo togliere come ci definiremmo? E proprio un’epoca che rende centrale il motto “libera chiesa in libero stato” (sempre D’Arcais), estende all’Italia, come non incompatibile con la logica del motto, la definizione contenuta nello statuto albertino della religione cattolica come religione di stato.

Ma poi, mi chiedo, se anche fosse stato messo solo nel fascismo, cosa significa? C’è un sito che cita “Le 100 cose buone del fascismo”. Cose ancora oggi esistenti e molte delle quali utilizzate da noi stessi. Dobbiamo eliminarle con l’epiteto dispregiativo “è roba fascista”? Perché non lo facciamo? Perché non eliminare l’INNPS o l’INAIL, le case popolari, la refezione scolastica, le scuole professionali, la magistratura del lavoro, la guerra alla mafia, i parchi nazionali, la bonifica delle paludi, il crocifisso nelle aule scolastiche e nei tribunali… Il male compiuto da una dittatura non può fare dimenticare il relativo bene compiuto. Distinguere fa parte del senso critico, e il manicheismo non mi appartiene (o almeno ci provo).

4 Commenti a “Crocifisso e fascismo”

  1. angie scrive:

    Ho fatto una ricerca più approfondita, e ho scoperto diverse cose. Ribadisco ciò che ho scritto nella mia nota, cioè che in rete si trovano pareri molto discordanti sulla data dell’obbligatorietà del crocifisso negli ambienti scolastici. Ho scovato un articolo tradotto della BBC che colloca questa data attorno agli anni ’20. Così mi sono appellata a Wikipedia, fidandomi di ciò che è stato scritto. Ho letto entrambi i post su Orarel.com, e rispondo soltanto a “Crocifisso e Fascismo”, dato che all’altro ha già risposto Arturo.
    È ovvio che negli ambienti di istruzione gestiti dalla chiesa ci fosse già il crocifisso. Ma nella legge Casati, nella quale è espresso che lo stato vuole affiancarsi alla chiesa in materia di istruzione, vi è già un tipo di “contaminazione” laica. E, in questa legge che lei cita, non è imposto esplicitamente l’imposizione del crocifisso nelle aule. “Tra le materie era prevista la “dottrina religiosa” il cui insegnamento era affidato nelle scuole elementari al maestro sotto il controllo dal parroco, nelle scuole secondarie tecniche e classiche ad un direttore spirituale nominato dal vescovo (abolito nel 1877) e nelle scuole normali, dove costituiva materia d’esame, ad un docente titolare di cattedra (norme abolite nel 1880); fu però data alle famiglie la possibilità di chiederne l’esonero.” (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Casati ) . Ciò significa che lo Stato ha assunto una posizione più “laica” rispetto alla religione, infatti scuole pubbliche, come afferma l’ultima frase, veniva data la possibilità di esonero dall’insegnamento della religione cattolica. Tutto ciò accade tutt’oggi. Quindi, perché rendere obbligatorio un simbolo di una religione e non anche la materia stessa? Qui c’è qualcosa che non quadra. Ma ragioniamo con un piccolo percorso storico-legislativo, che può trovare anche lei su http://it.wikipedia.org/wiki/Esposizione_del_crocifisso_nelle_aule_scolastiche_in_Italia . Con le circolari del 1922 e 1923 del Ministero dell’Istruzione viene imposta la tempestiva riammissione dei due simboli della nazione nelle aule, il ritratto del re e il crocifisso; inoltre la vacanza dei due simboli in questione era definita in tal maniera: “ciò costituisce una violazione manifesta e non tollerabile e soprattutto un danno alla religione dominante dello Stato così come ( e sottolineo: COSI’ COME n.d. Angela) all’unità della nazione”. Con i Regi Decreti 965/1924 e 1297/1928, si rende obbligatorio nelle aule SIA il crocifisso SIA il ritratto del Re. Con il Concordato stipulato nel 1929 tra Mussolini e il Papa Pio XI le normative vigenti non cambiano, sino all’ avvento della Costituzione Italiana del 1948, in cui il Cattolicesimo non è più religione di Stato. Con la legge 641/1967 si impone anche il ritratto del Presidente della Repubblica nelle aule, accanto al crocifisso, rifacendosi quindi al decreto regio del 1928 in materia di arredi scolastici nelle classi elementari. Nel 1988 finalmente viene trattata la questione specifica dell’ “oggetto crocifisso” nelle aule scolastiche. Con il parere del Consiglio di Stato venne stabilito infatti che “l’Italia pur essendo uno stato laico, il crocifisso esposto non va in contrasto con la libertà religiosa”. Con tutta questa trattazione voglio dimostrare che in passato era più forte il sentimento patriottico, e di conseguenza l’istinto di porre la religione, che allora era RELIGIONE DI STATO, alla pari del Capo dello Stato. Oggi ciò non accade. Nelle aule campeggia solo il crocifisso, quando invece dovrebbe figurare anche il ritratto di Napolitano. Quindi, o tutti o nessuno.
    E poi, per quanto riguarda la faziosità, avrei molto da dire. Infatti a Mussolini conveniva allacciare rapporti con la Chiesa, per perseguire il sogno di una Italia ariana, cattolica, espurgata da elementi come storpi, omosessuali, ebrei, handicappati ecc., in accordo con le idee del suo alleato Hitler e con ciò che predica la Chiesa. I non-faziosi che sostengono l’equazione : Crocifisso = Fascismo lo fanno principalmente per una ragione: non per il fascismo in sé, ma per i valori che si nascondono dietro l’imposizione di un simbolo che proclama la diversità e l’intolleranza, anziché l’amore per il prossimo. Lo so, lo so, non va bene condannare il fascismo solo perché le azioni malvagie sovrastano di gran lunga i provvedimenti azzeccati, che perdurano tutt’oggi. Ma come tutti i totalitarismi, quindi comunismo incluso, va condannato.
    Ah, un’ultima cosa: ho letto “Le cento cose buone del fascismo”… Tra di esse figurano ben 3 guerre. Sono molto “felice” di sapere che c’è qualcuno che pensa che fare la guerra, quindi provocare morte, sia una cosa buona.

  2. paolo de gregorio scrive:

    Angie,
    fai attenzione a non contaminare troppo certe discussioni con fatti oggettivi.

  3. angie scrive:

    ho solo cercato di rielaborare il mio pensiero, forse in maniera sbagliata, ma credo fermamente in ciò che ho scritto. sarà a causa della mia giovane età :)

  4. paolo de gregorio scrive:

    Angie
    Hai fatto un lavoro lodevole e le tue considerazioni sono molto interessanti e degne di riflessione. Credo che hai centrato perfettamente il punto del vero senso della legge nell’epoca fascista. Per quanto io ritenga valida l’obiezione che la cosa in sé non privi necessariamente di validità un analogo provvedimento (o manteimento di) che si ispiri a motivazioni diverse e abbia scopi distinti, è bene comunque puntualizzare gli eventi storici (i fatti oggettivi) come si sono effettivamente svolti invece di adeguarsi ad un certo storicimo che è spesso un po’ superficiale e di parte (più probabilmente superficiale perché di parte).
    Io avevo fatto una battuta, dato che è proprio questo che hai tentato di fare e casomai l’ho apprezzato: andare alla ricerca dei fatti e delle circostanze precise che li hanno ispirati, senza avere in mente una tesi da dimostrare. La mia ironia era soprattutto in quell’aggettivo, “oggettivi”, e non era rivolta a te, che casomai hai dato una bella lezione a molti che dovrebbero avere più anni di esprienza di te.

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