Genitori e figli e le incoerenze degli atei europei

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Dal sito Uaar, l’associazione di “atei e agnostici razionalisti” che ha promosso la sentenza europea anticrocifisso, leggo che in GB inizierà una campagna mediatica, che chiamano “nuova fase della campagna pubblicitaria inglese a favore dell’ateismo” (leggi articolo). Lo scopo?

Le immagini della campagna ritraggono bambini accompagnati dalla scritta, in rilievo, “non etichettatemi”, e da tante scritte sullo sfondo quali “bambino cattolico”, “bambino musulmano”, “bambino mormone”, “bambino agnostico”, “bambino ateo”… insieme a scritte politiche che nessuno mai userebbe quali “bambino marxista”, “bambino conservatore”, “bambino libertario”, “bambino anarchico”… Lo scopo della campagna è di rimarcare il diritto dei bambini a crescere senza condizionamenti, in modo da poter scegliere in seguito liberamente da soli. Anche questa iniziativa è co-finanziata dalla fondazione di Richard Dawkins.

I commenti alla notizia sono entusistici. Molti vanno in giuggiole. Faccio notare che non si rendono conto che è il contrario di quanto sostenuto nella sentenza europea sul crocifisso la cui presenza sarebbe “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni”? Mi sembrano molto irrazionali e incoerenti. Quello che li muove è solo fastidio/odio per la religione e lo vogliono imporre a una società addormentata con qualsiasi mezzo, anche contrastanti fra loro.

Educare non vuole dire plagiare, ma certamente è inevitabile e anzi necessario, trasmettere le idee di riferimento dei genitori. Dire di non trasmettere niente, lasciando che siano poi loro a scegliere da grandi significa già trasmettere il preciso contenuto di un senso di smarrimento oppure di un relativismo che non sa valutare cosa sia il meglio. Non è neutralità. Se non insegno cosa sia il bene e il male, così da grande sarà libero di scegliere, non è che sono neutrale ma sto trasmettendo che la questione del bene/male non è poi così fondamentale da imparare fin da piccoli.

Gli atei organizzati europei usano l’Europa per scardinare la tradizione, prima in nome dei genitori di trasmettere convinzioni religiose che si suppone contrastino con quello che si respira e vive nel tessuto sociale, e raggiunto l’obiettivo, o contestualmente, iniziano a combattere il diritto dei genitori di educare i figli con le proprie idee per arrivare a legislazioni che fanno del relativismo l’ideologia dominante e diffusa. E finirà che un’Europa addormentata e consufa gli darà ragione.

3 Commenti a “Genitori e figli e le incoerenze degli atei europei”

  1. paolo de gregorio scrive:

    Spero di non suonare altezzoso, ma trovo queste analogie essere basate su considerazioni estremamente superficiali: siccome da una parte c’è un bambino (a scuola), e dall’altra c’è un bambino (come viene denominato), allora posso fare un parallelo. Fosse veramente così facile fare analogie tutti cadremmo sempre in contraddizione con noi stessi.

    L’analogia qui nasce peraltro da un notevole travisamento dei termini della proposta. Premetto che non devo necessariamente sposare i termini della campagna per scorgerne correttamente il percorso logico, per cui non capisco come sia possibile che esso sia qui così platealmmente frainteso. A Dawkins stesso è stato chiesto esplicitamente: ma se uno è figlio di un cattolico non è forse vero che al 90% e più che finirà anch’egli per essere cattolico? E allora cosa c’è di strano nel chiamarlo cattolico da subito? Dawkins ha risposto chiaramennte che lui non mette in alcuna discussione questo fatto, che il genitore è verosimile che educherà il figlio secondo certi principi e che il ragazzo molto probabilmente finirà per farli propri, come del resto il figlio di un idraulico ha più probabibilità di fare l’idraulico del figlio di un insegnante: Dawkins non è intenzionato a contrastare il diritto del genitore ad educare il proprio figlio, ma questo non giustifica il fatto di assegnare quella denominazione d’ufficio, da parte nostra (non del genitore). Il discorso riguarda l’etichetta appioppata dalla comunità: stante tutto quanto sopra, questo non dà diritto a tutti noi ad etichettare i bambini (magari di prima elementare) dicendo “questo è un bambino cattolico, questo è un bambino protestante, questo è un bambino musulmano, questo è un bambino ateo”.
    Ecco, uno può non essere d’accordo, ma sostenere che questa proposta contraddica la libertà del genitore ad educare il proprio figlio nel modo che ritiene appropriato - quando viene sostenuto l’esatto contrario - è una vera mistificazione. Facciamo l’esempio del figlio della coppia che ha fatto ricorso: si può sostenere che il genitore abbia diritto a crescerlo secondo le proprie convinzioni (sei almeno d’accordo su questo?), ma al tempo stesso essere contrari che per tale motivo d’ora in poi tutti potranno dire che quel bambino è un bambino ateo (e su questo invece sei d’accordo?). Non vedo nessuna contraddizione: si può condividere o meno il ragionamento, ma definirlo incoerente non ha basi su cui poggiare.

    Rispondi:
    Tu pensi che un genitore abbia diritto, se lo vuole, ad educare un figlio senza insegnargli che Dio esiste?

    No

    Tu pensi che se la risposta è Sì, allora noi facciamo bene da lì in avanti a dire che quello è un bambino ateo?

    No

  2. filippo scrive:

    Ma il problema di fondo non è etichettare il bambino
    bensì farlo crescere con convinzioni religiose
    (ad esempio che l’omosessualità è peccato)
    che lo fanno sentire ingabbiato in regole che non hanno nessun motivo sociale di esistere
    anzi,
    che tanti altri non rispettano e proprio per questo sono felici
    è quindi importante far crescere un bambino senza imporgli falsità
    poi una volta che avrà un suo metro di giudizio si farà lui le opinioni che crede
    tornando all’esempio iniziale
    se i miei genitori fossero stati capaci di spiegare che l’omosessualità è una forma di amore e non un peccato
    ora non li odierei e non li disprezzerei per avermi fatto gettare tutta la mia adolescenza nel dolore e nella mancata accettazione della mia omosessualità
    e saremmo certamente una famiglia unita e felice
    io rispettando la religione di mia madre
    e mia madre avendo la tranquillità di avermi compreso fin da subito e di non avermi nascosto i miei sentimenti.
    Ovviamente dalla mia maturità capisco che la colpa dei genitori è limitata e che molta più colpa hanno società, religione cattolica, preti, insegnanti di religione
    e ora faccio di tutto per fare in modo che le falsità e l’odio che questi vanno predicando non si diffonda e non faccia presa
    portando come controesempio l’amore che io provo per il mio ragazzo e la forte volontà di formare una famiglia, regno dell’amore.

  3. paolo de gregorio scrive:

    @ Filippo

    Il problema concreto c’è in svariate circostanze: quante volte un genitore X trasmette al figlio un valore Y che non gli porterà alcun bene? Purtroppo (ma tante volte per fortuna), secondo me, tranne in casi estremi ed oggettivi (in cui è prevista la sottrazione del minore al genitore), non è possibile entrare nel merito dell’educazione dei figli e dei valori trasmessi: se cominciassimo così non finiremmo più e si corrererebbe il rischio di generare una società totalitaria, correndo comunque il rischio di sbagliare (non più come genitori ma come collettività). Pertanto non trovo alcuna alternativa, razionale oltre che per un’organizzazione sociale naturale, che quella di lasciare che i genitori siano liberi di educare i figli (certamente non di maltrattarli) come meglio credono. Il problema, casomai, è quello che pensano i genitori: quello che per esempio persone bacate, frustrate, infelici e meschine hanno inculcato a suo tempo nei tuoi genitori. Probabilmente le prime persone da “curare” sarebbero proprio quelle lì.

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