Verso Dio: Indagare è poco, eppure…

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È poco dire Dio, se non viene associato a redenzione e salvezza. Cosa farsene di un Essere Supremo che sta sulle sue lasciando noi nei pasticci? Una bella soddisfazione introdurre il concetto di Dio nel salone a specchi del nostro vocabolario se poi non ci balla nessuno, o perchè inarrivabile per noi o perchè disinteressato a noi. In questo senso Gesù è una bella sfida alla sensazione di reciproca distanza, visto che a partire dal suo nome (Jahwè salva) rompe il ghiaccio e chiama alle danze Adamo con Adonai.

Sembrerebbe quindi bastare la semplice fede in Gesù. Chi l’ha trovata è salvo. Non serve altro. Non elucubrazioni filosofiche e teologiche su Dio e la sua esistenza. Non sofismi sui ghiacci della logica. Inutili i ragionamenti sulle vie, le dimostrazioni, le tracce che non conducono da nessuna parte. Tutta roba astratta e sterile per il cuore che ha bisogno del calore di una estrema vicinanza tra il Vivente e i mortali. “Tempo perso”, come ha detto un mio studente. Eppure…

È vero che si arriva a Dio, alla sua esistenza e necessità, quasi sempre attraverso un incontro personale con un testimone del Profeta accreditato. La conversione, o il passaggio al credere, consegue all’impatto con la testimonianza di qualcuno, come genitori, apostoli, sacerdoti, fedeli… Non mi è ancora capitato di conoscere qualcuno arrivato a Dio seguendo un percorso puramente razionale, o lasciandosi convincere da discorsi e ragionamenti metafisici. E di solito si è già credenti quando ci si accinge a “dimostrarne” l’esistenza. Allora a cosa serve ragionare su Dio, se è vero che dialogando con chi non crede si compie uno sforzo intellettuale che non porta alla fede, mentre se si teologizza con chi crede è ovvio che la fede è già presente?

Cercare e discutere con chi non crede della ragionevolezza dell’esistenza di Dio serve per “sfrondare” i pregiudizi che tengono lontani dall’adesione di fede. Mentre rivolgendosi a chi crede (e a se stesso credente) serve a rassicurare sulla validità di ciò in cui si crede, per superare il timore di essersi ingannati. Nella “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II, il Papa cita una frase di Agostino: “Molti ho incontrato che volevano ingannare, ma che volesse farsi ingannare, nessuno”.

Ragionare intorno a Dio per scoprirne la ragionevolezza è ancora poco per il nostro rapporto con lui. Sapere che c’è è infatti solo l’inizio (anche i demoni sanno che Dio esiste, come dice Giacomo 2,19, ma non lo amano). Tuttavia indagare la plausibilità della sua realtà è segno di serietà, di non volere essere ingannati, di amore per la verità. Ed è un ottimo preludio al concerto: far sì che il suono o la luce possano filtrare superando preconcetti e pregiudizi sempre in agguato.

2 Commenti a “Verso Dio: Indagare è poco, eppure…”

  1. alocin scrive:

    attento alle petizioni di principio e al wishful thinking

  2. Massimo Zambelli scrive:

    è un’osservazione rivolta al presente (dove?) o al futuro (ok starò attento)?

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