Il mondo vero durante una sagra con i Coldplay

cielo-pic.jpg
L’altra sera a San Giovanni in Persiceto alla “Fira di ai” (Fiera degli agli) con Marina (moglie) e Adele (amica). Abbiamo girato, incontrato vari amici e poi ci siamo messi sulle scale della chiesa ad ascoltare un gruppo che suonavano i Cold Play. Il cantante si atteggiava un pò troppo, chiedendo in continuazione applausi e “su le mani”, però nell’insieme suonavano e cantavano abbastanza bene, restituendo l’emozione delle canzoni del gruppo originario. Quando stava per partire una cover di successo il cantante saltellava felice come se l’avessero scritta lui. A Meri non piacevano tanto e voleva andare, io volevo aspettare “Paradise” che prevedibilmente hanno fatto verso la fine, ma mi ha deluso perché cantata e suonata male, traditi dal volere strafare sapendo che si trattava del capolavoro.

Ma perché scrivo di questo evento paesano? Perché a metà circa del concertino mi è ricapitata quella “dissociazione” che mi accade in situazioni simili. Gli ingredienti sono: una sagra paesana (tanto più se di piccole dimensioni), qualcuno che suona, essere all’aperto (soprattutto se si è in campagna o se si vede un qualche ameno paesaggio e se si posson scorgere le stelle) un pò di gente che ascolta, che balla o che passeggia. Cosa accade a questo punto? Provo a descrivere sapendo che non è facile. Mi estraneo (dissociazione, l’ho chiamata) e vedo quello che accade come se fossi un osservatore esterno, distaccato. A volte volo in alto (naturalmente in senso metaforico) e osservo quella piazzetta e quello scorcio nel suo insieme, come se fosse visto dalla fonda e silenziosa notte. Valuto cioè quel ritrovarci di noi esseri umani e il nostro fare festa sullo sfondo degli impersonali eventi cosmici. Non c’è solo silenzio nell’universo, ci sono fragori inimmaginabili, e però sono suoni e forme prive di intenzionalità, non sono personali. La piccola festa, vista da lassù, diventa commovente, un momento se confrontato con il colossale universo, enorme nello spazio e nel tempo. Un frammento di fronte alla montagna, eppure bello, ricco, speciale.

Questo è un primo livello della dissociazione, dell’estraniazione che “universalizza” il qui e ora campestre. Forse è un modo per sentirsi importanti. Vivo una piccola vita (se volete posso anche dire “viviamo”) che non entra né entrerà nella storia. Eppure mi sento importante, sento che questa cosa di essere vivo, qui e ora, non può passare inosservata, non è giusto che questa grande occasione di esistere trascorra senza lasciare traccia, nella insipidezza di eventi e situazioni che sembrano anonimi. E allora confronto la piccola festa che l’uomo cerca, con l’abisso, con l’abissale notte cosmica. Notturna non tanto perché buia di luce fisica, ma perché impersonale, senza di noi esseri umani, che con la nostra coscienza diamo alle cose forma e vita. E la piccola festa, così lontana dalla storia, si ammanta di splendore. I colori e le forme che si muovono davanti ai miei occhi, i suoni della musica e dei rumori, la brezza sul viso, sono recepiti e accolti con immensa tenerezza. Le attese di felicità che si percepiscono nel fare festa, muovono l’osservatore ad una commossa tenerezza. Lo sguardo di Dio deve somigliare a questo sguardo quando osserva la nostra fragile frammentarietà ingegnarsi per far corrispondere alla vita reale l’interiore senso di importanza, sapendo che solo il far festa - cioè la rottura della solitudine, il ballo, l’essere belli e il farsi apprezzare (che in fondo ha il coito e la procreazione come destino finale) - conviene a questa alta aspirazione. Tutto questo è un inno alla vita e lo sguardo amorevole di Dio lo apprezza.

L’altro livello di estraniazione è ancora più strano, se volete mistico (visto che la mistica è molto più terrena di quel che pensiamo). Il piacevole momento percepito con commossa tenerezza diventa una gioco di colori, suoni e forme. Ora non siamo più a Persiceto, o alla festa dell’unità di Bosco Albergati ad ascoltare la filuzzi mentre i vecchietti ballano, o alla bella sagra della parrocchia di Savignano Alta, o durante la sagra della patata a Sant’Agata Bolognese, o in qualsiasi altra festicciola paesana. Ora siamo al centro dell’essere, del divenire, dell’evento assoluto che dà alle cose la cosa più importante, cioè la materia prima per la quale sono, il loro essere, il loro esistere. La domanda è: l’esistere delle cose, del mondo, è un neutrale, freddo, stupido, impersonale apparire di qualcosa? Siamo noi che diamo al neutro mondo, bellezza e valori? Il mondo è in sé zitto e stupido, neutro, e siamo noi esseri umani a investirlo di senso (o di assurdo), di attrattività (o di orrore), di appetibilità (o di malvagità)? Oppure il mondo è bello (e orribile), buono (e iniquo), vero (e illusorio e mendace) e l’uomo è un recettore di queste forme di senso? Quale migliore test di una festa per verificare la validità di una delle due ipotesi? Questo preciso momento che giudico piacevole, bello, incantevole, lo è in se stesso oppure è la mia mente che costruisce la grande illusione di un mondo dotato di intrinseco senso (e dissenso)? La piacevole musica che sento e che si staglia contro la notte cosmica facendola vibrare, questa musica, ed ogni musica, è davvero dotata di un valore intrinseco, interiore, relazionale e comunicativo, o sono solo fredde oscillazioni meccaniche che producono stupide (impersonali) onde longitudinali sonore? Ecco allora che l’estraniazione prova a percepire quei suoni, lasciandoli suoni, cerca di non farsi trascinare dalla commozione, li ascolta freddamente come gioco di oscillazione meccaniche e così pure le luci colorate che accompagnano le feste, e pure le sensazioni olfattive ed epidermiche, nient’altro che recezioni sensoriali che il cervello mette assieme, le sistema, e ci restituisce impacchettate in un insieme compiuto e dotato di senso. La nostra mente è un grande architetto che da un’amalgama di dati in sé indifferenti sforna forme compiute e sensate. Oppure, invece, riceve forme di senso? Inventa o scopre?

Anche ieri sera, nella breve estraniazione durante il concerto della “Fiera di ai”, ho optato per la seconda ipotesi. Molto più ragionevole. La musica ha una bellezza e un senso intrinseco. La bellezza del mondo che ci circonda continuamente è vera. Il profumo dei tigli, quest’anno in ritardo ma poi intenso e ricco di sfumature, le figure di ragazze che ci frullano davanti, l’amicizia e l’amore, i colori delle case, dei vestiti, della natura, dello smalto sui piedi di mia moglie (un piede rosso e uno blu), i suoni delle canzoni, delle grane delle voci sempre diverse, il vento sul volto nelle serate calde e il tepore della pietra nelle serate fresche… e tutto questo mescolato insieme, unito in una situazione olistica che accresce il senso generale, tutto questo è vero, la mia mente lo riceve, lo accoglie grata e sorridente. Immaginatemi così, quando dopo questa breve estraniazione sono rientrato a Persiceto, uno con una faccia sorridente. E se vi capitata di rivedermi insensatamente sorridente, cioè durante una situazione che non sembra richiederlo, non credetemi pazzo o inscemito ma semplicemente innamorato della verità del mondo e dello sguardo amorevole del Dio creatore di forme.

Scrivi un commento