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L’ateo buono come prova dell’esistenza di Dio

Mercoledì 5 Novembre 2008

Paolo De Gregorio commenta Gesù Cristo e Obama (per dire)

“In una parola: l’ateo buono è una prova che Dio esiste.”

Questa in effetti anche a me fa venire in mente la tipica tendenza del religioso debole di essere in grado di difendere Dio in qualunque situazione, e di saper dimostrare la sua esistenza a partir da qualsivoglia circostanza (mentre il credente forte ti palesa onestamente i dubbi che cose come la sofferenza in croce o la sofferenza nel mondo gli pongono questioni di coscienza non semplici e spesso irrisolte)… Così si finisce per sostenere alla Zambelli che l’ateo buono dimostra Dio, mentre probabilmente per lui il devoto incendiario si comporterebbe così solo perché ha capito male.

Non so se sono un credente forte o debole, o piuttosto un ateo debole o forte. Vorrei provare a spiegare meglio la frase iniziale. Credere non è facile per me. Se però devo essere onesto non riesco a dire che Dio non esiste. Certi giorni mi sfido e mi dico: allora basta, piantala lì, smettila di girare attorno alla fede, a Dio, alle teorie e pratiche teiste. Ma, appunto, se voglio essere onesto con me stesso devo accettare che a quella sfida non posso acconsentire. Riconoscere “un che” di nome Dio rientra in un’evidenza di fondo, come dire che il mondo esiste. L’ordine e la bellezza del mondo, nonostante le sue tragedie che mi pesano (pensa che ho fatto la tesi di teologia sulla morte, domanda che mi portavo dietro dal primo momento che ho iniziato a studiarla), sono un segnale fermo, forte, palese, stringente di una mente e un cuore libero (un centro intenzionale) regista di tutto quanto. Un quadro, anche tragico, ha un pittore. Onestamente non riesco a levarmelo di testa. Cos’è credere? Che quella mente libera sia amore. Non accettare la presenza sotterranea e a giorni più esplicita in quello che chiamiamo mondo. C’è, ma chi è? Che vuole? Che fa, davanti a tante sciagure? Credere è accettare che le tracce di senso seminate nel mondo siano indici veritieri. Il credente si aggrappa a tutto per cercare il suo Dio. Il suo volto. Il volto manifesta le intenzioni e la realtà interiore di chi lo possiede. È l’araldo dell’io. Vorrei vedere l’io di Dio. So che il mondo è già parte di questo suo manifestarsi. Ma sono come le sue vesti, non il suo volto. Vedo vestiti, vorrei un viso. Mi resta la meditazione e la contemplazione del segno di Dio che è Cristo. Penso alle sue storie, a quel che ha fatto, guardo la sua croce, sento le parole rivolte agli altri e a me che le leggo, e ricordo una delle sue frasi che mi piace di più: chi ha visto me ha visto il Padre.

Il cristiano è sempre debole. Sembriamo arroganti, presuntuosi, saccenti ma siamo fragili e deboli. Dei piccoli mendicanti del suo volto. Dei poverelli con la mano tesa. Facciamo compassione a noi stessi, per questo a volte ci mettiamo la corazza per non sembrare così vulnerabili. Ci fa paura la povertà della nostra condizione di cercatori. Ci convinciamo di avere le risposte, di sapere bene cosa fare e come vivere, ma siamo operai che provano a fare una casetta con le pietre trovate in riva al fiume. Cerchiamo appigli come un genitore che aspetta il ritorno del figlio e ad ogni segnale, scampanellio drizziamo le orecchie, siamo sul chi va là, diciamo ecco, è la volta buona. Nelle mie ricerche sono stato nei confini estremi della contea. Giorni precisi, momenti indimenticabili per la loro nottuosità, ore come buchi neri. Ho visto il nulla vicino. Nulla di senso di una vita sospesa tra una totale accidentalità prima e una totale sparizione dopo. Non ti sembri un contro senso rispetto all’evidenza che prima ho detto essere parte di me come l’aria che respiro. Dio può nascondersi. O più semplicemente vuole essere trovato per quello che è, nel fondo della vita. Quando ogni splendore di cose del mondo si fa opaco, è allora che c’è la chiarezza. Ma le ore passate nel fondo del pozzo sono pese. “Campane nel pozzo” è il titolo di un vecchio libro che ho scritto girando intorno all’ultimo film di Fellini “La voce della luna”.

Un Dio a prova di bomba. Un Dio la cui esistenza sarebbe dimostrata in qualunque universo esistente e in qualunque mondo, con qualunque set di leggi e qualunque cose facessero gli esseri viventi che popolano quei mondi. Bene diffuso, male diffuso, leggi disarmoniose, stragi o miracoli.

Chiedo comprensione per tutti quei poveri cristiani o credenti che cercano, come simpaticamente e argutamente dici, un “Dio a prova di bomba”. Chiedo venia, pietà, compassione per quei credenti che nella prova della vita si aggrappano a un Dio-presunto-granitico. Ho letto con interesse, come sempre, un articolo recente di Marcello Veneziani (intervistato tra l’altro assieme ad altre 15 persone nel mio libro) dedicato al cartello inglese “Probabilmente Dio non esiste. Smettete di preoccuparvi e godetevi la vita”: “Non hanno pensato [gli atei gaudiosi] a quanti in attesa della metro vivono una loro situazione tragica, un male incurabile, loro o di un loro caro, una vita sfortunata, fame, sofferenza e solitudine, pensano all’impossibilità di godersi la vita, e vedono sfilare davanti a loro quel vagone con quella scritta lì: che fanno, si buttano sotto il treno? Se Dio non c’è, la vita bella nemmeno, che ci stiamo a fare qui sulla pensilina?”.

L’etica fa parte di questa mia ricerca di un viso. Stando nel pozzo ho capito come nulla si slavi dal decesso di Dio. Tutto è costruzione, passatempo in attesa del ritiro. Ricordo una splendida pagina di Bukowski in Donne in cui elenca un sacco di cose antitetiche e importanti tutte fatte in attesa della morte. L’etica vista dal pozzo è un passatempo. Così mi compiaccio di persone convintamene etiche. E tanto più sono atee e insieme etiche più le interpreto come tracce del divino evidente. Non avrebbe senso fare il bene, stare sulla pensilina con gentilezza. Ma c’è chi da la vita per altri obbedendo come a una voce interiore. Da dove quella voce? Da dove quell’imperativo che onestamente si segue? Scusate la mia semplicità ma lo chiamo “segno divino”.

Probabilmente Dio non esiste

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