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Religione e cultura

Lunedì 17 Agosto 2009

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Il presupposto ideologico della sentenza del Tar 7076/2009 è in questa frase, in seguito alla quale mi sento di condividere il giudizio di un articolo di Cultura cattolica su questa questione: “Non ne possiamo più! Le sentenze che riguardano l’IRC sono come quei rotoloni di carta igienica: non finiscono mai!” (articolo 1 e articolo 2).

Commentando il Consiglio di stato che condivideva il diverso trattamento tra chi fa qualcosa e chi sceglie di non fare nulla:

L’assunto è infatti fondato su un presupposto logico e giuridico che non può essere condiviso, cioè che l’insegnamento di una religione, qualunque essa sia, (sia cattolica che di altri culti) possa essere assimilata a qualsiasi altra attività intellettuale o educativa in senso tecnico del termine.
Qualsiasi religione – per sua natura — non è né un’attività culturale, né artistica, né ludica, né un’attività sportiva né un’attività lavorativa ma attiene all’essere più profondo della spiritualità dell’uomo ed a tale stregua va considerata a tutti gli effetti.
Di qui l’interesse dei non credenti, ovvero dei differentemente credenti, ad impugnare gli atti che ritengono violino le loro più profonde convinzioni morali o religiose.

Niente cultura per la religione! Questo è davvero una bella frase da stampare su un foglietto di carta igienica. Se quindi in storia dell’arte si commenta una crocifissione di Giotto o di Guttuso di si sappia che si sta facendo catechismo. O se in filosofia si tratta delle 5 vie di Tommaso ecco che si tratta di clericalismo. E così anche se in letteratura si ragiona di Dante o Manzoni, o in storia si affronta la riforma Gregoriana o il caso Galileo si sappia che si è arruolati d’ufficio come soldatini del Papa.

Altro passaggio da stampare:

Sulla considerazione che la religione non è una “materia scolastica” come le altre deve essere ancorato il convincimento circa l’illegittimità della sua riconduzione all’ambito delle attività rilevanti ai fini dei crediti formativi.
E ciò, non perché la religione cattolica non debba essere considerata una materia priva di valori storici e culturali ma anzi, al contrario, perché non può essere considerata una normale disciplina scolastica proprio perché è un insegnamento di pregnante rilievo morale ed etico che, come tale, abbraccia quindi l’intimo profondo della persona che vi aderisce. Al riguardo è stato autorevolmente sottolineato che, nelle società contemporanee, senza i valori religiosi anche molti non credenti perdono punti di riferimento.

Qui fa dell’ironia citando concetti cari a Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. L’Irc è quindi talmente importante che non può essere valutato come le altre materie. Questi giudici non hanno mai fato un corso di teologia, dove gli insegnanti e gli studenti sono certamente animati da fede ma il cui voto d’esame non dipende sicuramente da quella.

La sfera religiosa concerne aspetti che coinvolgono la dignità (riconosciuta e dichiarata inviolabile dall’art. 2 Cost.) dell’essere umano e spetta indifferentemente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici (cfr. Corte costituzionale, 08 ottobre 1996, n. 334).
Ma proprio per questa ragione, sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico, proprio per il rischio di valutazioni di valore proporzionalmente ancorate alla misura della fede stessa.

Che stupidaggini maiuscole. La valutazione dell’Irc è legata all’interesse e alla partecipazione e non a misurare la fede. Molti studenti non credono o non sono praticanti e sono tuttavia molto partecipi. Che voto dovrei dare, scarso perchè non vanno a Messa? Nonostante sembri riconoscere alla religione un momento culturale questa frase lo nega. Con la religione si crede e basta. Non si ragiona, conosce, impara. Questi giudici sono persone che dovrebbero fare l’Irc.

Sotto tale profilo è dunque evidente l’irragionevolezza dell’Ordinanza che, nel consentire l’attribuzione di vantaggi curriculari, inevitabilmente collega in concreto tale utilità alla misura della adesione ai valori dell’insegnamento cattolico impartito.
Tal circostanza, del resto, concerne anche gli stessi alunni che hanno aderito all’insegnamento della religione con un consapevole convincimento, ma il cui profitto potrebbe essere condizionato da dubbi teologici sui misteri della propria Fede.

Posso dire strxxxxte? Ma grandi, ma grandissime strxxxxte. Uno studente con dubbi di fede avrebbe *per questo* il profitto condizionato? Tiro l’acqua e aspetto fiducioso la sentenza del Consiglio di stato.

La briciola del credito scolastico e il corso di chitarra

Lunedì 17 Agosto 2009