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Veronesi, il male e la negazione di Dio

Sabato 16 Giugno 2007

In “Rotocalco Televisivo”, la nuova trasmissione di Enzo Biagi, ho sentito casualmente l’altra notte un’intervista a Umberto Veronesi in cui raccontava la sua vocazione. Nel racconto ha detto di essere diventato ateo in seguito al confronto con i dolori dell’umanità che nel dopoguerra erano pesantemente diffusi.

Come hai scoperto la tua vocazione di medico?
È stata la guerra a farmi prendere questa linea di vita, perchè la crudeltà, la violenza, le sofferenze, mi hanno spinto a studiare l’uomo, a studiare la sua psiche, il suo cervello, e cercare di capire le ragioni profonde per tanta crudeltà gratuita

Tu hai curato migliaia e miglia di malati. Hanno lasciato in te anche un piccolo segno?
Un grande segno, un grande segno vissuto con tanti malati per tutta la mia vita, affrontando malattie difficili e anche crudeli. Quindi, la prima cosa ho perso la fede. Tanta ingiustizia, tanta sofferenza mi ha portato a pensare che non può essere un disegno divino tanto male sulla terra. In secondo luogo la mia filosofia di vita si è modificata. Nel senso che tutta la mia attività è velata da un sottile pessimismo di fondo. (Video)

Il faccia a faccia con il dolore di tanti ha contribuito a far perdere la fede al giovane Veronesi. Questa esperienza è da rispettare in pieno. È la vera esperienza religiosa che conduce ad esprimere un giudizio complessivo sulla bontà o negatività del mondo e della vita. Mi sono trovato spesso in contrasto con le tesi di Veronesi sui temi di bioetica. In questa testimonianza vedo la fonte ispiratrice delle sue posizioni etiche immanenti, e la molla per il suo importante lavoro di lenitore della sofferenza. Mi stupisce la persistenza di quella perdita, rimasta stabile fino all’oggi dell’anziano Veronesi. Mi stupisce perché mi sembra esagerata. Comprensibile come reazione d’istinto ma non reggibile alla riflessione. Perché il senso di ingiustizia che conduce al rifiuto di un Dio creatore buono è figlio del Dio che si rifiuta. Siamo in trappola. Possiamo negare Dio solo presupponendolo.

Se la negazione non vuole essere solo vuole una protesta altisonante, ma pretende di dire qualcosa che corrisponda alla verità, se cioè si esige di affermare non solo che Dio “non dovrebbe esistere” ma che “davvero non esiste”, allora lo sguardo sul mondo che ne consegue sarebbe totalmente diverso. Dovrebbe essere diverso. Se non esiste alcun Dio e la vita è un effetto momentaneo di un eterno divenire, che non ha senso né direzione né scopo, non può esserci protesta per una forma che noi chiamiamo dolore, in quanto, oltre ad essere completamente spiegabile come effetto del divenire, non ha in sé alcuna qualificazione per essere ritenuta sbagliata, negativa. Non c’è niente di negativo in un divenire innocente e insensato. Solamente se esiste un fine nel divenire possiamo lamentarci della mancanza e del fallimento di tale fine.

La vita, e le singole vite che si succedono, senza un Dio creatore sono un gioco di bolle di sapone. Appaiono, colorate ognuna in modo diverso, di grandezze sempre diverse, e subito, dopo un piccolo volo, scompaiono per non tornare mai più. Se nessuno soffia quelle bolle per uno scopo preciso, la loro apparizione in quella precisa forma, in quello specifico momento, non ha alcuna importanza. Dovremo guardare spegnersi le vite umane come guardiamo lo scoppiare delle bolle. Non siamo niente di diverso che un gioco di forme che si succedono senza regole prestabilite, senza scopi prefissati e senza destino previsto. Il dio Tempo soffia le forme in completa assenza di intenzioni e preferenze. La loro esplosione-trasformazione avviene nella completa indifferenza del magma in divenire. Le stelle stanno a guardare. Anzi, neanche guardano. Che io ci sia o non ci sia è la stessa identica cosa. Che io soffra o gioisca non è giusto o sbagliato, semplicemente è. Così è e così deve essere. Nessuna partitura, nessuna regia. Totale improvvisazione. E la frase e il gesto sfornato dal dio Tempo sono perfetti. Un bambino che soffre è perfetto. Un killer che taglia la gola per pochi spiccioli è perfetto. Perfetta è la guerra e la rapina e la malattia. Niente è fuori posto se Dio non esiste. Nessun reclamo. A chi lo faremmo e in nome di cosa? Le proteste per la morte e la malattia equivalgono al protestare per le bolle che scoppiano.

Il severo giudice Veronesi che sentenzia che Dio non esiste, con gli anni che ha avrebbe dovuto sapere che la sua autorità di giudice la deriva dal Dio che nega. Da un’idea di giustizia e ordine che può negare solo affermandola. Non dico che tutto è facile. Il male esiste, e tuttavia, proprio perché lo affermo, esiste il bene che oggi, davanti a un malato, non vedo. C’è senza vederlo e negandolo lo presuppongo.

Perché allora il male se c’è un Dio creatore? Ora sto andando a cena. È una domanda difficile e non mi voglio sottrarre. Forse intanto un certo male dipende proprio dalla creazione. Creazione significa che tutto è già fatto? O divenire ed evoluzione guidata? E poi la dottrina del peccato originale. Mai superata, se non con ingenuità. Quello che so di sicuro è detto dallo splendido capitolo 18 della Gaudium et spes, dedicato alla morte, il cui inizio dice:

In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo.

L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. 

Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.

Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte.

Il germe dell’eternità che porta in sé. È questo che so. Che la ribellione al male è possibile solo grazie al germe di eternità che portiamo in noi, che siamo noi. L’ancora che mi salva, che mi da la certezza che Dio è dalla nostra parte è la Croce di Cristo. Il Dio crocifisso e risorto.