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Martino 2: il matrimonio

Sabato 24 Febbraio 2007

Proseguo a commentare il tuo post (per leggerlo integralmente).

«Tra gli “appunti” che mi permetto di selezionare nel Zambelli-pensiero vorrei cominciare dal suo concetto di “Matrimonio”, da lei, in tutto e per tutto, inteso come un regolamento tra individuo e Stato. Io mi domando e “dico”: il matrimonio non era, una volta, un sacramento, prima di tutto? Credo che l’unico contratto di cui si possa parlare alla luce di un matrimonio è tra un uomo, una donna e Dio. Per un cristiano, per la chiesa, questo dovrebbe essere il matrimonio, un’unione formalizzata e accettata da Dio in persona»

OK, Dio benedice le nozze, crea un’unione indissolubile («Quello che Dio ha unito, l’uomo non lo separi», Mt 19,6), chiama gli sposi a testimoniare il suo amore fecondo e fedele tra le genti della terra, ma non inventa la materia che funge da segno efficace. O meglio, se vogliamo intendere la natura come creata da Dio, allora anche la naturalità dell’amore e del matrimonio sono create da Dio. Tutti i sacramenti usano qualcosa di esistente in natura: acqua, olio, voce, mani, pane, vino. I sacramenti sono segni e servono per fare, per realizzare, ciò che significano. Gli sposi sono la materia del segno d’amore fecondo che Dio vuole annunciare al mondo attraverso di loro.

«[Il matrimonio] ha insomma a che fare con Dio, con la religione, non con lo Stato»

Conoscerai l’adagio di san Tommaso “Gratia non tollit, sed perficit naturam”. La Grazia di Dio non toglie (ma neanche evita e snobba), la natura umana, ma la perfeziona. Quando dici che il matrimonio “ha a che fare con Dio, con la religione, non con lo Stato”, commetti un doppio errore. È sbagliato affermare che senza cristianesimo non esisterebbero le nozze, perché il matrimonio, come si evince dalla realtà concreta delle culture, è una componente universale dell’essenza umana. Le coppie non hanno aspettato il cristianesimo per sposarsi. Forse che le loro nozze prima del cristianesimo non valevano niente? Nella naturalità dell’uomo c’è ad esempio il linguaggio, ma non è stato necessario aspettare l’incarnazione del Verbo o poter leggere oggi la Parola di Dio, per dare valore a questa componente essenziale che è la parola umana. L’altro errore è dimenticare che tra l’io e lo Stato c’è la natura e la cultura umana. Lo Stato è fatto dalle famiglie e non viceversa. Lo Stato si interessa della famiglia per proteggerla e promuoverla in quanto ne va della sua stessa realtà. Eccome se lo riguarda.

La Costituzione italiana dice all’art. 29 che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Non si parla di Dio. È un valore per tutti. La famiglia (al singolare) è una società naturale, significa che lo Stato non ne è padrone, non la può manipolare a piacimento, perché lo precede e lo costituisce. Ho letto in un’intervista di don Giovanni Nicolini (per chi non lo conoscesse è un parroco delle nostre zone bolognesi, figlio spirituale di Dossetti e amico spirituale di Prodi) un passaggio in cui afferma che per lui il matrimonio è solo quello sacramentale. Quindi lo Stato, sembrava dire, può fare quel che gli pare e i cristiani non dovrebbero lamentarsi perché al di fuori del matrimonio sacramentale tutte le altre modalità di convivenza sono equivalenti, in fondo non ce n’è una peggio di altre. Che facciamo allora, diamo l’imprimatur anche alla poligamia o codifichiamo l’incesto? Questo pensiero di don Nicolini mi è venuto subito in mente quando ho letto la tua frase che gli somiglia. Ultimamente don Giovanni sta parlando molto della laicità, ma qui, in questa concezione che nullifica la dimensione naturale dell’amore e della famiglia, non vedo nessuna laicità. Laicità è dare alle realtà terrene dignità e valore. Appropriarsi della dignità per confinarla solo nell’ambito religioso mi sembra un indice di quel fondamentalismo che critichi. Siccome c’è una dimensione antropologica, culturale, civile e sociale dell’amore, tutti, perfino i cristiani, possono parlarne e sono responsabili della sua tutela e promozione.

«Un cristiano dovrebbe sposarsi perché è la sua fede che lo impone, non perché ha bisogno di responsabilità!»

Io mi sposo innanzitutto perché sono un essere umano. È proprio dell’essere umano quello di mangiare, parlare, giocare, lavorare, amare, generare e crescere figli. L’amore tra due persone arriva a un punto in cui si decide di fare famiglia. E l’amante responsabile vuole dichiarare l’amore che prova e garantire al massimo alla persona amata che le sue intenzioni sono serie. Sposarsi è una dichiarazione d’amore. È dire: Io ti amo e voglio proteggere il nostro amore dall’instabilità delle passioni e dalla mutevolezza delle intenzioni; chiamo due persone fidate a testimonianza che la mia decisione è valida, seria e stabile; pongo tra le braccia del Dio creatore (se sono credente) la mia risposta alla chiamata ad amare senza riserve, per sempre, fedelmente e servendo la vita. Lo Stato, fatto dalle famiglie che compongono la Società (la quale dà corpo allo Stato), proteggendo e promuovendo la società naturale della famiglia non fa altro che promuovere il proprio futuro. Una società decadente e poco fiduciosa nel proprio futuro non ha interesse a proteggere e promuovere l’unicità costituzionalmente garantita della famiglia.

Domanda semplice: chi si sposa più avendo a disposizione un nuovo istituto che dà le stesse prerogative del matrimonio con in più i vantaggi della convivenza? Altro che divorzio veloce. I Dico o i Pacs sono la crisi non tanto del matrimonio religioso ma di quello civile, naturale, costituzionale. Se non se ne interessa lo Stato chi dovrebbe farlo? È da cittadini, anche se credenti, che ci si preoccupa. E domanda ai conviventi: perché se si rifiuta la “burocrazia” del matrimonio civile si chiede quella ben più intricata (annotazione, raccomandata, successiva convalida dell’altro) dei Dico? Se si è convinti che l’amore sia una faccenda così privata, perché si richiede l’intervento pubblico?

«Nel testo che lei ha scritto sui pacs la prima osservazione che emerge agli occhi di un lettore attento è la sminuizione della forza e potere spirituale del concetto di matrimonio. MATRIMONIO=REGOLE»

In un articoletto non si può dire tutto. Il matrimonio comunque è una Regola. Regola viene da Regala che è il diminutivo di rega, da regere, cioè “guidare direttamente, governare”. Il matrimonio è il governo dell’amore. È illusorio pensare che l’amore sia tutelato con l’anarchia dell’istinto o del desiderio. Quale società vivrebbe senza un buon governo? Ma come si può governare quella “società naturale” che è la famiglia dando come regola il “fai e disfa come ti pare”? Che governo resisterebbe senza giurare fedeltà alla repubblica? E che famiglia sarebbe senza il giuramento di fedeltà tra gli sposi? Già il divorzio ha introdotto un elemento di deresponsabilizzazione nella decisone di vicendevole impegno dei coniugi. Oggi quanti si sposano sapendo che poi possono recedere dall’impegno… Questi nuovi altri istituti come i Dico e i Pacs, pur con le migliori intenzioni di inserirsi nel privato e inseguire la coppia – che privatizza eccessivamente l’amore – là dove sceglie di essere, mi sembra introducano un ulteriore elemento di deresponsabilizzazione, che inevitabilmente avrà riflessi nel resto della società. La mentalità del “take away”, avvallata da questi progetti, non aiuta a costruire una società in crisi di coesione e responsabilità. Un’altra mazzata al già difficile passaggio dall’io al noi. Se perfino in uno dei rapporti più forti per solidità e stabilità come quello d’amore, l’uomo e il cittadino a vivere lasciando la porta aperta, figuriamoci quanto questa mentalità influirà nelle altre relazioni.

Martino 1: fondamentalismo

Martedì 20 Febbraio 2007