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Un Dio indiano

Giovedì 15 Febbraio 2007

«Io amo pensare alla Chiesa che si occupa di Dio», dice Rosy Bindi dall’India. O almeno così riferiscono i giornali. Un Dio indiano? Impersonale e disincarnato? Un divino senza storia, fuori dal tempo e lontano dai bisogni umani? Che Dio è quello a cui dovrebbe pensare la Chiesa cristiana italiana?

Il primo ricordo che ho di Rosy Bindi è il suo nome su un volantino A4 coloratissimo che pubblicizzava un incontro con la combattiva cattolica. Quando faceva coppia (politica) con Mino Martinazzoli del Partito popolare (il grande Martinazzoli, un po’ complicato a volte da seguire ma sempre interessante da ascoltare), in competizione solitaria al centro, e su Italia Uno li sfottevano chiamandoli “La pizzeria di Mino e Rosy”, mi dava molto fastidio. Era una trasmissione all’ora di pranzo in cui un conduttore con cappello a tesa larga faceva il punto, viziatissimo, su quel che succedeva nella campagna elettorale. Presero poco.

Oggi la Bindi è un boss della politica, non credo abbia più bisogno degli svolantinatori volonterosi per farsi conoscere, ma questa uscita sulla Chiesa che deve pensare a Dio è stata scorretta, quasi da neofita della politica e soprattutto della vita di fede. Avrebbe potuta dirla anche un signorotto del Novecento, con baffetti o baffoni, infastidito dalle intrusioni della Chiesa tra le sue faccende. E non è questo che contestano (ingiustamente) alla Chiesa dei silenzi di Pio XII, cioè di avere fatto troppa liturgia e poca “ingerenza umanitaria”?