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Martino 1: fondamentalismo

Martedì 20 Febbraio 2007

Caro Martino, grazie di avere condiviso con me un lembo del tuo “mantello-pensiero” (leggi), anche se a tratti somiglia più a un “pensiero-martello”. Ma sai che a me piace il confronto sincero e aperto, e che sono convinto che il progresso di ognuno passa anche attraverso la sfida lanciata da posizioni distanti e perfino contrapposte. Altrimenti che si vada davanti allo specchio e ci si canti sorridenti la ninna nanna. La posizione distante ci stimola (se è intelligente) a trovare risposte e quindi ad andare oltre il livello di conoscenza raggiunto. Nel dialogo l’avversario ci aiuta a crescere, non solo fornendoci nuove conoscenze, ma anche costringendoci a migliorare il nostro punto di vista. La concorrenza fa bene.

Siccome i tuoi punti sono stimolanti (si vede che hai avuto dei gran prof a scuola…), ho pensato di risponderti a tappe. Prima parte:

«Carissimo Prof Zambelli,a scriverle è un suo vecchio alunno, che nota, con piacere ma anche con un pò di rammarico, che non ha affatto perso né la sua tempra né il suo “fondamentalismo”, termine brutto, lo so, ma me lo passi… Saranno stati un paio d’anni che non rimettevo piede nel suo proverbiale sito dell’ora di religione, ma proprio ieri sera mi son detto “Chissà quel matto di Zambo che cosa dice sui dico…?”Non che mi aspettassi pensieri diversi da parte sua, ma speravo in una sorta di apertura mentale e capacità di cogliere la realtà un pò più vaste (non si offenda…)».

Fondamentalismo. Non mi spaventano più tanto gli epiteti. Una volta ci tenevo di più a non voler essere ritenuto conservatore, integralista, fondamentalista, perché provenivo da frequentazioni ideologiche giovanili piuttosto libertarie e mi è rimasta addosso l’allergia per il dogmatismo e l’autoritarismo. Fino a 19 anni non ero credente e la vita era per me come un campo profughi quando arriva il camion con le vivande: correre per strappare più felicità possibile fregandosene solo degli amici, e i genitori e i preti non erano fra quelli. Negli anni ‘70 e ‘80 il massimo insulto era dire all’avversario “fascista”: lo si era liquidato per sempre; a quel punto poteva dire qualsiasi cosa che sarebbe apparsa “nera”, sporca, sozza. Mi è piaciuta in un film di Nanni Moretti, di cui non ricordo il titolo, la scena in cui uno studente è costretto a scendere le scale della scuola con un cartello al collo con scritto “io sono fascista”, tra i fischi e le urla dei “progressisti”. Anche se non sono fascista mi viene istintivamente da parteggiare per quell’uomo bersagliato.

Ne dico una grossa. Oggi quell’uomo sulle scale è Ruini, non Grillini. Il pensiero dominante del politicamente corretto, l’ideologia radical chic, o meglio ancora la borghesia realizzata tra i proletari, e il coro mediatico, esaltano l’individualismo libertario di cui è espressione l’omoideologia e deridono il cattolicesimo fedele alla linea. Oggi ad essere cattolici si fa la figura dell’antiquato, del retrogrado, del pirla. A scuola ci hanno inzuppato di antipatia per la chiesa cattolica. Siamo liberi? È il nostro giudizio veritiero e non pregiudiziale? Persone come Ruini o Ratzinger che già per la loro intelligenza (ma chi legge mai i loro discorsi?) e lungimiranza dovrebbero essere rispettati, sono secondo me ammirevoli proprio per il coraggio anticonformista di far fronte alla gogna più potente oggi che è la derisione.

Apertura mentale e realtà più vaste. Se c’è qualcuno che non si ferma al vantaggio di oggi ma guarda alle conseguenze di domani è proprio la posizione della chiesa, che vede tra l’altro il danno non solo nella crisi della famiglia, ma in una frattura antropologica che apre al più vasto e generale nichilismo. Se guardasse all’oggi con mentalità chiusa la chiesa metterebbe a rappresentarla un qualche Don Adone che sparge sulle folle assenso e consenso come coriandoli colorati. Dice invece dei no. Perché logicamente ha qualche sì in tasca, ma anche sulle labbra. Alla prossima.
Ciao.