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Englaro: dallo splendore allo squallore

Giovedì 13 Novembre 2008

È stata confermata la sospensione dell’alimentazione di Eluana Englaro. La donna di «38 anni, lascerà le suore che l’accudiscono dal 7 aprile del 1994 nella casa di cura privata e sarà trasportata in una clinica per le ultime ore di vita», dice Repubblica. In realtà saranno giorni per poter morire. Prima domanda, visto che deve morire, non conviene farlo con una procedura rapida e non invece lasciandola estinguere per mancanza di acqua e cibo? Non è meglio a questo punto un’iniezione di veleno? Sono sicuro che sarà la prossima tappa, che si chiama eutanasia. Vi va bene?

L’Unità online: «va sospesa l’alimentazione forzata che la tiene artificialmente in vita». Un bambino nutrito con il biberon è tenuto artificialmente in vita? E così per qualsiasi malato che non può nutrirsi da se stesso, la sua è vita artificiale? L’articolo parla di «perizie mediche che hanno dimostrato come Eluana sia clinicamente morta». Non capisco a cosa si riferisce. Se fosse, come leggo, che c’è stata davvero un perizia che ha certificato la sua morte clinica mi chiedo come abbia fatto una defunta a crescere per 17 anni.

Il padre in più interviste (anche in TV) ha detto: «Si passa dallo splendore della vita, quale era Eluana allo squallore più innaturale che possa succedere alla medicina; questo è lo stato vegetativo: non avere più nessuna percezione del mondo che ti circonda; è praticamente un limbo di Stato».

Questo è l’aspetto che maggiormente mi sa di sconfitta. È ovvio che non è una situazione auspicabile e che la morte per un cristiano non è la fine del mondo. Il problema serio è quel giudizio di squallore, di assenza totale di dignità umana che pretendendo di essere oggettivo si universalizza ed esce dalla stanza di Eluana per entrare nelle tante stanze di malati analoghi. Stiamo perdendo quel residuo di valore e dignità per forme di vita malate e sofferenti. Se fossi genitore di un figlio in quello stato mi sentirei offeso da un giudizio che squalifica gli sforzi affettivi, economici, sociali, di welfare per queste persone in stato di infermità. Da oggi i limbi di Stato non dovranno più esistere. Non regge che se uno vuole vivere così glielo si può accordare. Quando una cosa è squallida lo è al di là di un criterio personale. I limbi squallidi di Stato saranno chiusi. È la stessa dignità umana e la pietas umana a richiederlo. Liberiamo le sofferenze del mondo. Liberiamo i sofferenti dalla loro squallida vita. Liberiamo chi vive squallidamente. Il padre che dice «io sono mia figlia», afferma: «Quando la vedo, spaccherei il mondo. La mia coscienza si ribella a saperla in balia di questo inferno. Non risponde a nessuna dignità umana, nelle condizioni in cui è ridotta». Parole della disperazione che purtroppo cadono su tutti gli altri, e la nostra società e lo Stato incominciano a fare paura perchè può prenderle sul serio.

Quello che mi fa paura è una società dell’abdicazione. Chi vorrebbe vivere così? Chi lo desidera? Nessuno sano di mente lo vorrebbe. Ma noi non siamo soli. Ci dobbiamo affidare sperando il bene e se la nostra vita, senza accanimento (ma lo è dare acqua e cibo?), serve alla società per stimolare in lei la cura, l’amore gratuito, la solidarietà, allora che venga uno stato di sonno in cui io faccio del bene agli altri. Il malato fa del bene al nostro cuore egoista. Il malato salva dalla sclerosi il cuore degli egoisti che siamo. L’individualismo spinto che sempre più sfodera diritti senza doveri, ego senza socius, narcisismo invece che relazione, è incoerente al primo starnuto quando si corre dal medico, o si ha bisogno di pane che qualcun altro ha preparato, o si sale su un autobus che un altro guida. Siamo un corpo e ce ne dimentichiamo. Il malato, il piccolo, il povero, il bisognoso, l’altro nella sua concreta realtà, sono forme rivoluzionarie che sovvertono la corte del re-ego. Un corpo fermo in balia degli altri fa essere altruisti con una violenza che sola può rompere l’incrostazione della solitudine in cui ci rinchiude l’individualismo. Eliminare i sofferenti con l’alibi della pietas toglie l’unica possibilità per una rivoluzione dell’amore che darebbe pace a questo mondo. Non serve a niente quella vita? Chi l’ha detto?