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Il Papa alla Camera
di Giuseppe Riccardi
Per un credente tutti i discorsi
del Papa sono soprattutto occasione e spunto
di meditazione per la propria vita di cristiano
che opera nel mondo e nella storia.
Questa volta però ciò
che invita ad una riflessione diversa e più
etico-politica è il luogo in cui il
messaggio è stato pronunciato (la Camera
dei deputati) alla presenza di parlamentari,
presidenti dei due rami del Parlamento, presidente
del Consiglio, presidente della Repubblica.
L’eccezionalità
dell’evento ha avuto largo spazio nei
commenti radiotelevisivi e su tutti gli organi
di stampa anche a scapito di una riflessione
sui contenuti del messaggio che avrebbero
meritato più eco nella opinione pubblica.
Ora però , a riflettori spenti e dopo
il consumo massmediologico della notizia-evento,
conviene riprendere il discorso del Papa con
umile ed attenta disponibilità di mente
e di cuore, ma anche con laico e rispettoso
atteggiamento critico. Tale atteggiamento
infatti è positivamente favorito dall’approccio
storico-culturale del messaggio: un incipit
di ampio respiro che dà la chiave di
lettura più appropriata nel contesto
della peculiare tradizione della storia civile
italiana.
Prima ancora dell’intreccio,
a volte anche tumultuoso e non privo di contraddizioni,
tra storia di Italia e storia della Santa
Sede (“davvero profondo è il
legame esistente tra la Santa Sede e l’Italia”),
il papa suggerisce un piano di lettura ancora
più profondo, più squisitamente
culturale e di civiltà. “E’
venuto crescendo nel mio animo l’ammirazione
per un Paese in cui l’annuncio evangelico
ha suscitato una civiltà ricca di valori
universali ed una fioritura di mirabili opere
d’arte, nelle quali i misteri della
fede hanno trovato espressione in immagini
di bellezza incomparabili”.
Tali affermazioni inseriscono,
con discrezione ed autorevolezza, il discorso
e il suo contenuto dentro una tradizione storicamente
fondata e ampiamente riconosciuta anche da
una storiografia non segnatamente cattolica.
Ci viene in mente Benedetto Croce: “Perché
non possiamo non dirci cristiani”.
E’ stata questa lettura
alta del rapporto tra Stato e Chiesa in Italia
ciò che nel messaggio del papa ci ha
subito positivamente colpito destando interesse
ed attenzione. E’ stato l’orizzonte
culturale più consono a metterci in
ascolto del magistero del Pontefice anche
sui temi di più scottante attualità.
Su questi ultimi le nostre sensibilità
e le nostre opinioni potranno anche differenziarsi.
La realpolitik potrà ancora una volta
opporre le fredde e ciniche ragioni dell’agire
politico in una storia tortuosa e notturna
alle ragioni della morale o dei valori perenni
della fede. Comunque il richiamo a valori
universali quali il rispetto dei diritti umani,
della vita, della democrazia, della pace e
della solidarietà verso i più
deboli (che siano i poveri del mondo e della
porta accanto, i disoccupati, i carcerati...)
è indirizzato alla coscienza di ogni
uomo di qualsiasi opinione o militanza politica,
credo religioso, appartenenza etnica.
E’ un patrimonio prezioso
di valori di cui il Papa ancora una volta
ed instancabilmente si fa messaggero e difensore,
nella consapevolezza, che dovrebbe essere
anche nostra e soprattutto dei cristiani,
della fragilità della natura umana,
del male che rende impura la storia del mondo
e fa della politica non un servizio ma l’esercizio
di un potere dell’uomo sull’uomo,
un dominio che si nutre spesso di guerra.
Dopo alcune settimane dal
messaggio al Parlamento italiano, il Papa
parla ancora al mondo con toni forti del ‘disgusto’
di Dio per i comportamenti individuali, sociali,
politici degli uomini di questo tempo. Il
disgusto di Dio si manifesta tragicamente
come silenzio di Dio, ma ancor più
preoccupante e drammatico è il silenzio
dell’uomo incapace di ascolto sia del
silenzio che della parola di Dio, che continua
a parlare attraverso i suoi testimoni, in
particolare il Papa.
Giuseppe
Riccardi

14 Novembre 2002 –
Il Papa in Parlamento
di Emma Fiorini
Sull’intervento del
Papa alla Camera molto è apparso sulla
stampa: non desidero unirmi al coro e ripetere,
magari con parole appena un po’ diverse,
ciò che hanno detto tutti in quanto,
evidentemente, esercizio inutile e stucchevole.
(Non c’è chi non abbia notato
l’appello del Papa sulla situazione
nelle carceri: è stato rilevante ma
non mi soffermerò, non perché
non lo ritenga meritevole di nota ma in quanto
già abbondantemente evidenziato). Vado
quindi su ciò che mi sembra più
importante.
Il rispetto dei diritti
umani
“HOMINUM CAUSA OMNE IUS CONSTITUTUM
EST “ Al centro di ogni giusto ordine
civile deve esservi il rispetto per l’uomo,
per la sua dignità e per i suoi inalienabili
diritti”.
Esiste un assunto più
imprescindibile nell’attività
politica? Non credo. Non ho letto nulla su
ciò sulla stampa: E' troppo ovvio per
i nostri giornalisti? Oppure è troppo
ovvio per i nostri parlamentari?
Politica e valori della
democrazia
L’attività dei parlamentari “si
qualifica in tutta la sua nobiltà nella
misura in cui si rivela mossa da un autentico
spirito di servizio ai cittadini. Decisiva
è, in questa prospettiva, la presenza
nell’animo di ciascuno di una viva sensibilità
per il bene comune”.
Il Papa mette in guardia dal
“ rischio dell’alleanza fra democrazia
e relativismo etico, che toglie alla convivenza
civile ogni sicuro punto di riferimento morale
e la priva, più radicalmente, del riconoscimento
della verità”. Spirito di servizio,
bene comune, verità: è urgente,
è necessario tornare su questi valori
per chiunque, a qualsiasi livello, si occupi
della cosa pubblica. La deriva del relativismo
etico giustifica tutto: rischiamo di non riconoscerci
più in ciò che accade ed i più
giovani si allontanano inevitabilmente dall’interesse
politico, da ciò che manda talvolta
un insopportabile odore di imbroglio, di neppure
tanto nascosto banale tornaconto personale.
Famiglia
“In un tempo di cambiamenti spesso radicali,
nel quale sembrano diventare irrilevanti le
esperienze del passato, aumenta la necessità
di una solida formazione della persona…ampia
collaborazione affinché le responsabilità
primarie dei genitori trovino adeguati sostegni”
.
Ora come mai nel passato la famiglia è
sola di fronte alle sue responsabilità,
alle sue scelte; genitori assillati da cento
problemi pratici, da mille diverse richieste
sociali , genitori che devono fare fronte
a tutto, spesso con strumenti assolutamente
inadeguati, tentando faticosamente di essere
,nel contempo, coniugi attenti, buoni genitori,
educatori sensibili, lavoratori solerti, cittadini
interessati, abili imprenditori di se stessi
ecc. ecc.
Se ne sono accorte le istituzioni?
Come intervengono le normative?
Ci pensano i nostri amministratori?
Scuola e cultura
“L’uomo vive di un’esistenza
autenticamente umana grazie alla cultura…Proprio
per questo una azione sollecita del proprio
futuro favorisce lo sviluppo della scuola…
e non lesina gli sforzi per migliorarne la
qualità“.
Considerando le condizioni
nelle quali si opera nella scuola attualmente,
sembra che questa esortazione del Papa cada
nel deserto più arido: i finanziamenti
alla scuola non sono certo aumentati, anzi,
e gli operatori vivono, assieme agli studenti,
una situazione peggiore.
Fino a quando ?
L’Italia e l’Europa
“… Nel momento in cui
si stanno definendo i profili istituzionali
dell’ U.E. e sembra ormai alle porte
il suo allargamento a molti Paesi dell’Europa
centro – orientale…è necessario
stare in guardia da una visione del Continente
che ne consideri soltanto gli aspetti economici
e politici o che indulga in modo acritico
a modelli di vita ispirati ad un consumismo
indifferente ai valori dello spirito”.
Il Papa richiama i governanti
al significato più autentico della
unificazione europea; essa deve poggiare su
“fondamenti etici”, al di fuori
dei quali cessa di avere senso, riducendosi
ad una sovrastruttura ulteriore, misconosciuta
e mal sopportata. I comuni valori europei
sono inoltre una spinta potente per la pace,
per la risoluzione di diversi conflitti a
noi vicini.
Crisi dell’occupazione
e povertà
“… Ma è inevitabile riconoscere
la tuttora grave crisi dell’occupazione
soprattutto giovanile e le molte povertà,
miserie ed emarginazioni , antiche e nuove,
che affliggono numerose persone e famiglie
italiane o immigrate in questo Paese”.
L’impegno che il Papa
richiede ai governanti prima ed ai parlamentari
tutti è verso la solidarietà
sociale ( tra l’altro chiaro ed indiscutibile
valore costituzionale), l’attenzione
ai più piccoli e poveri; mi unisco
agli applausi che l’intero intervento
ha riscosso, rimanendo in attesa di ciò
che ne sortirà. Confesso di avvertire
fastidio per la retorica di molti commenti
ma seguirò con attenzione gli eventuali
sviluppi.
Già, eventuali…
Dicembre 2002,
Emma Fiorini

Brevi
considerazioni
Intervento di Carlo
D'Adamo
Caro Massimo,
ho scritto e riscritto
diverse volte questo intervento, nel tentativo
di essere meno banale, poi mi sono rassegnato.
In parole povere, sull'evento mediatico della
visita del papa nel parlamento italiano e
sul suo discorso credo si possano dire almeno
queste cose:
1)
la visita è stata un fatto importante,
e non credo che La Malfa e Cossutta, che polemicamente
hanno deciso di non essere presenti, abbiano
colto la sostanza dell'avvenimento. Credo
si possa dire oggi che la lunga querelle che
ha opposto in Italia Chiesa e Stato per le
condizioni particolari nelle quali è
avvenuto il processo di unificazione nazionale
è ormai superata, e che la visita del
papa suggella definitivamente la fine di ogni
contenzioso. Laicamente credo che difendere
le prerogative dello Stato non significhi
doversi spingere fino al punto di pensare
come un "vulnus" alle istituzioni
la visita del papa. Anzi, il confronto, nel
rispetto reciproco, deve nascere dall'incontro
e dallo scambio di opinioni. Io credo ad esempio
che alcuni punti del nuovo Concordato - in
questo non meno di quelli del vecchio - possano
essere criticati, e che il programma di Cavour
("libera Chiesa in libero Stato")
sia ancora attuale, e condivisibile sia da
parte dei cattolici che da parte dei laici.
La visita del papa si colloca a mio avviso
nel solco di una tradizione che inizia con
la Rerum Novarum e che invita i cattolici
a sentirsi parte integrante dello Stato, con
la loro presenza attiva, cancellando la Non
Expedit di Pio IX. Tuttavia anche nella mentalità
cattolica, come in quella socialista, sono
state sempre presenti tendenze antistatali,
nel senso che a volte la comunità religiosa
o il gruppo dei credenti ha concepito la sua
presenza come l'unica legittimata da valori
morali, non riconoscendo agli altri pari dignità.
Giovanni Paolo II da questo punto di vista
si muove esattamente in direzione opposta:
il suo è anche un richiamo a essere
nello Stato cittadini portatori di ideali
insieme ad altri, diversi ma non avversari.
Una delle cose più interessanti del
suo discorso è stato il richiamo alla
solidarietà tra regioni diverse, nell'ambito
dell'unità dello Stato: parole chiarissime
e condivisibili, di fronte all'incultura di
posizioni leghiste più o meno secessioniste.
2)
Nel merito, il discorso del papa tocca almeno
un altro punto alto: quello del richiamo alla
pace. Tu hai detto che, rispetto alle posizioni
ufficiali della Chiesa, ti trovi in parte
spiazzato, perché comprendi alcune
delle ragioni che alcuni portano per giustificare
la necessità di un intervento armato.
A mio parere il papa è al tempo stesso
utopista e realista, perché non richiama
solo alla superiorità di una cultura
di pace rispetto alla mentalità bellicistica,
ma tende a riportare il contenzioso sul piano
diplomatico, quello degli organismi internazionali
e del dialogo. Non si può non dargli
ragione. La guerra abbrutisce anche gli spettatori,
cancella diritti e speranze, non è
solo un disastro per le vite individuali e
per le famiglie coinvolte, ma può significare
un arretramento considerevole nella civiltà
e nelle prospettive del genere umano. Basta
pensare allo stato di emergenza che giustifica
la sospensione dei diritti civili, la censura,
la limitazione agli spostamenti, il controllo
delle opinioni: tutte misure "normali"
in tempo di guerra. Non è un caso che
spesso le dittature nascano dopo una guerra,
quando la gente è già assuefatta
alla mancanza di democrazia e di agibilità
politica. Oggi inoltre possiamo aggiungere
alla nostra propensione per la pace anche
questa considerazione: che le armi di sterminio
sono diventate così potenti che l'umanità
intera potrebbe essere cancellata per errore
dalla faccia della Terra. Si dirà:
"ma le armi sono precise, colpiscono
solo gli obiettivi strategici". Balle.
La guerra innesta una serie di ritorsioni
a grappolo che sono imprevedibili. Iniziano
due paesi, e poi diventano quattro, dieci,
venti: anche la prima guerra mondiale all'inizio
sembrava solo una terza guerra balcanica.
Inoltre per qualcuno l'intera umanità
potrebbe essere l'obiettivo strategico.
3)
Un altro punto a mio parere condivisibile
è il richiamo al rispetto per l'ambiente.
Non c'è dubbio che rispetto per l'ambiente
significa anche rispetto per l'uomo e per
la qualità della vita, rifiuto dello
spreco e della dissipazione delle risorse,
apertura verso prospettive di sviluppo meno
disuguale per le diverse parti del mondo.
Povertà e fame - la Chiesa è
sempre stata terzomondista - si combattono
anche ripensando al modello di sviluppo e
correggendo le distorsioni che questo provoca.
4)
L'unica cosa che mi trova parzialmente
in disaccordo con il discorso del papa è
il richiamo alla libertà dell'insegnamento
cattolico. E' solo un accenno, ma come va
interpretato? Se significa che lo Stato non
può e non deve mettere in atto nessun
tipo di censura e di limitazione sono perfettamente
d'accordo, se significa che lo Stato deve
finanziare gli insegnamenti impartiti dalle
scuole cattoliche non sono più d'accordo.
Già gli asili nido e le scuole materne,
le elementari e le medie godono di sussidi
statali, e non credo opportuno estendere il
sussidio anche alle scuole private che sono
ancora autonome, oltretutto in una situazione
economica difficile, nella quale la scuola
pubblica è oggetto di tagli indiscriminati
che ne mettono a rischio perfino il normale
funzionamento. Io credo che la difesa della
particolarità delle scuole cattoliche
sia in contraddizione con la scelta di essere
parte dello Stato, di cui parlavo al punto
1). Essere dentro la comunità più
vasta non significa rinunciare ai propri ideali,
ma può significare rinunciare ai propri
privilegi, che sono l'indizio del permanere
di una "diversità" che non
ha più ragione di essere, se non come
rivendicazione di una propria idealità.
5)
E qui arrivo all'ultima riflessione. Il papa
è al tempo stesso fuori della storia
e dentro la storia, fuori dallo Stato e dentro
lo Stato. Da qui, a mio avviso, deriva la
particolarità della sua posizione e
da qui derivano, come risorsa e al tempo stesso
come limite, le posizioni dei cattolici impegnati
nella vita politica del nostro Paese. Da che
parte si difendono il diritto alla vita, alla
libertà, da che parte si difendono
la famiglia, il lavoro, la dignità
della persona? Da che parte si lotta contro
la povertà e la miseria, materiale
e spirituale? Il problema è sempre
aperto.
Carlo
D'Adamo
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