"…ho nel cuore un grande
dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso
anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei
consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono
l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il
culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo
la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli.
Amen" (S. Paolo ai Romani 9,2-5)
La palude
delle menzogne
Mentre da fonte ebraica si
stima che la Chiesa abbia messo in salvo 850.000 ebrei, continua
a tenere banco l’accusa contro Eugenio Pacelli per i suoi presunti
silenzi.
I documenti ufficiali, le
note diplomatiche, le istruzioni e gli interventi diretti del
Pontefice dimostrano l’esatto contrario.
A 41 anni dalla morte, il
linciaggio morale di Pio XII non conosce soste.
Lo storico gesuita Pierre
Blet, in una lunga intervista al nostro giornale, racconta inediti
retroscena
| Bianco Padre che da Roma/ ci sei meta
luce e guida/ su ciascun di noi confida/ su noi tutti puoi
contar/ siamo arditi della fede/ siamo araldi della croce/
al tuo cenno alla tua voce/ un esercito ha l'Altar. |
Queste rime ingenue, ma di
una semplicità comprensibile nell’Italia degli anni Cinquanta,
sono state cantate dai ragazzi dell’Azione Cattolica per esprimere
la devozione a Pio XII, il Bianco Padre che ha protetto la Chiesa
e instancabilmente cercato di impedire la guerra, senza fermarsi
nemmeno di fronte alle più cocenti delusioni.
I ragazzi
degli Anni Cinquanta
Nel corso dei decenni, i
ragazzi degli Anni Cinquanta, nati durante o prima della Seconda
Guerra Mondiale, hanno incominciato a nutrire il sospetto che
il Bianco Padre avesse macchiato di sangue innocente la sua veste
candida. Il sospetto, però, non iniziò a serpeggiare subito. Quando
le truppe alleate entrarono in una Roma finalmente liberata, Eugenio
Pacelli venne proclamato difensore della città. Pur potendo scappare
in luoghi più sicuri, si era infatti rifiutato di abbandonare
la città eterna al suo destino.
Defensor
Civitatis
Perfino la toponomastica
conserva traccia di quel momento memorabile. La piazza su cui
sfocia via della Conciliazione, antistante il colonnato del Bernini,
è intitolata proprio a Pio XII, Defensor Civitatis. Le organizzazioni
ebraiche, in più occasioni e in modo concreto - finanziando le
opere di carità del Papa - avevano riconosciuto l’inesausta attività
della Santa Sede per sottrarre quanti più figli di Israele dagli
artigli diabolici del nazismo.
Le stime ascrivono la salvezza
di centinaia di migliaia di persone al coraggio di Pio XII e alle
precise istruzioni impartite alle Nunziature di tutta l’Europa
e ai conventi maschili e femminili (nei quali fu sistematicamente
infranta, per volere del Papa, la clausura). "Secondo lo
storico Emilio Pinchas Lapide, già console generale di Israele
a Milano - scrive Antonio Gaspari nel libro "Nascosti in
convento" - la Santa Sede, i nunzi e la Chiesa cattolica
hanno salvato da morte certa tra i 700.000 e gli 850.000 ebrei".
Calunnia
in salsa teatrale
Occorrerà attendere gli Anni
Sessanta (dopo la morte di Pio XII, avvenuta il 9 ottobre del
1958) perché la ragnatela della calunnia venga gettata addosso
a un uomo non più in grado di difendersi. Un romanziere austriaco
da quattro soldi, Rolf Hochhuth, scrisse una pièce teatrale intitolata
"Il Vicario" in cui la figura di Pacelli veniva trascinata
nella polvere. La pièce non andò in scena, per la contrarietà
di personalità del mondo laico come Pietro Nenni, che di Pacelli
aveva esperimentato - nascosto in Laterano con la tonaca talare
- la generosa ospitalità quando la pelle dei partigiani non valeva
un soldo.
1999: Hitler’s
Pope
A cicliche ondate, le calunnie
ritornano. Ultimo nella lista dei detrattori di Pio XII è un volume
di John Cornwell dal titolo eloquente: "Hitler’s Pope: the
secret history of Pius XII". Dietro la suggestione della
secret history, arriva un’altra bordata di insulti. Se l’ipotesi
che Pio XII sia stato il Papa di Hitler non può che essere cestinata
perché priva di senso e di riscontri, un’altra accusa ha logorato
la memoria di Eugenio Pacelli: la mancanza di una pubblica condanna
del nazismo. Da questa accusa vogliamo partire in una riflessione
sulla tragedia che investì l’Europa e il Mondo dal 1939 al 1945.
Parlare fa
rima con morire
Il 20 luglio del 1942 i vescovi
olandesi rendono note, in una lettera pastorale, le proteste sollevate
insieme ai capi delle Chiese riformate contro la deportazione
degli ebrei. La vendetta nazista cala come una mannaia meno di
una settimana dopo. Il 26 luglio, 156 ebrei cattolici vengono
rastrellati e condotti nei campi di sterminio. Fra questi anche
la filosofa tedesca Edith Stein - divenuta suora carmelitana -
canonizzata nel 1998 da Giovanni Paolo II e proclamata compatrona
d’Europa un mese fa.
Il prezzo da pagare per ogni
pubblica protesta contro la barbarie nazista era terribile. "Ogni
parola da Noi rivolta a questo scopo alle competenti autorità,
e ogni Nostro pubblico accenno - dice Pio XII nel discorso ai
cardinali del 2 giugno 1943 - dovevano essere da Noi seriamente
ponderati e misurati nell’interesse dei sofferenti stessi, per
non rendere, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la
loro situazione".
Verità sepolte
in biblioteca
A far piena luce sull’impegno
di Pio XII in favore della pace e in soccorso di tutte le vittime
della guerra, è stato appena tradotto in italiano un documentatissimo
saggio del padre gesuita Pierre Blet.
Nato nel 1918 in Normandia,
padre Blet è l’ultimo sopravvissuto dei quattro autori di un’opera
monumentale: i dodici volumi degli Actes et Documents du Saint-Siège
relatifs à la Seconde Guerre mondiale. "…l’esperienza dei
quindici anni trascorsi dall’uscita dell’ultimo volume mostra
che il contenuto, se non l’esistenza stessa di questa pubblicazione
- scrive padre Blet - non sono ancora noti a molti di coloro che
parlano e scrivono sulla Santa Sede durante la guerra".
Wojtyla:
"Leggete il libro di Blet"
Per colmare questa lacuna,
padre Blet ha scritto una sorta di riassunto-introduzione agli
Actes, pubblicato nel 1997 dalla Librairie Académique Perrin:
Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale negli archivi vaticani. L’opera,
che ha ricevuto, fra i tanti, il plauso di Giovanni Paolo II (che
la indica a tutti coloro che vogliano approfondire sulla base
dei fatti e non delle interpretazioni arbitrarie quel doloroso
periodo storico), è stata tradotta in italiano da Emilia Paola
Pacelli e Rita di Castro e data alle stampe lo scorso settembre
dalle edizioni San Paolo.
Ricostruita
da Pierre Blet la vera storia di Pio XII
Incontriamo padre Blet a
Roma, nella sua stanza al quarto piano della Pontificia Università
Gregoriana, dove vive e prepara le sue lezioni di storia moderna.
Per una fortunata circostanza tocca a noi mostrargli per primi
la sua opera fresca di stampa.
L’amicizia di Pio XII
per il popolo tedesco legittima la deduzione che lo vorrebbe trasformare
in un amico dei nazisti e quindi in un nemico degli ebrei?
Padre Blet sorride e dà un’occhiata
a una fotocopia de Le Figaro: "Questa è la stessa prima domanda
di un’intervista ad uno storico protestante, molto famoso in Francia.
Il fatto che il papa fosse amico dei tedeschi non significa che
fosse amico dei nazisti. È vero invece il contrario. Pacelli visse
per dieci anni in Germania come nunzio. Aveva amici tra i vescovi
ma anche tra i laici. I vescovi suoi amici erano oppositori del
regime nazista: il cardinale Konrad von Preysing, vescovo di Berlino,
il cardinale Adolf Bertram, arcivescovo di Breslavia. Quest’ultimo
era un po’ più prudente nell’opporsi ad Hitler, perché il nazismo
è arrivato al potere in modo legale. Ma questa non era solo l’opinione
di Bertram. Da ragazzo ho visto spesso citato un giornale americano
che diceva: dopo tutto Hitler è stato confermato con un referendum
che ha dato una maggioranza schiacciante, quindi si tratta pur
sempre di democrazia".
In realtà qual era la
posizione personale di Pacelli?
"Il mio libro si basa
sullo sforzo di fondare tutto sui documenti. Per esempio, non
ho utilizzato nemmeno le memorie di suor Pasqualina, la perpetua
di Pacelli, nonostante contenessero elementi interessanti, perché
non sono prove documentali. Ma farò un’eccezione - non contenuta
nel libro - che mi sembra abbia un certo valore. Il padre Robert
Leiber, segretario privato di Pio XII, mi raccontò di un pranzo
a cui Pacelli, allora segretario di Stato, fu invitato da François
Charles-Roux, ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Uno
dei figli del diplomatico disse che era meglio avere al potere
in Germania un pittore come Hitler, piuttosto che i generali prussiani.
E Pacelli rispose: Voi non sapete che cosa dite. I generali prussiani
hanno sicuramente i loro difetti, ma questa gente (i nazisti,
ndr) è diabolica".
Questo atteggiamento risulta
anche dagli atti ufficiali del cardinale Pacelli?
"Certo. Per comprendere
i suoi rapporti col nazismo basta leggere le note che inviava
dalla Segreteria di Stato all’ambasciatore tedesco Diego von Bergen.
Sono molto energiche. Nel 1937 l’arcivescovo di Chicago parlò
molto duramente di Hitler: È una cosa incredibile che un popolo
intelligente sia ridotto in schiavitù da un pittore che non vale
un granché. Von Bergen mandò una protesta al segretario di Stato.
E Pacelli rispose: Non sono abituato a prendere posizione di fronte
a dicerie, senza un testo ufficiale. Ma, d’altro canto, io domanderei
che cosa fa il governo tedesco di fronte agli attacchi, alle ingiurie
e alle calunnie che ogni giorno vengono riversate contro la Chiesa
in Germania? Io faciliterò il compito di Vostra Eccellenza: il
governo tedesco non fa niente!".
Il riferimento è agli
attacchi sistematici della stampa tedesca contro la Chiesa cattolica?
"Gli storici dovrebbero
andare a sfogliare i giornali tedeschi durante il pontificato
di Pacelli - non solo i giornali cattolici, ma soprattutto i giornali
del partito nazista - per vedere in quali toni parlano di Pio
XII. Allo stesso modo, dopo l’enciclica "Mit brennender Sorge",
ci sono state forti proteste. Ora è riconosciuto da tutti che
Pacelli, come Segretario di Stato di Pio XI, ha preso grande parte
alla stesura dell’enciclica".
Vuole chiarire quale fu
il ruolo di Pacelli nella stesura della "Mit brennender Sorge",
l’enciclica di Pio XI, scritta nel 1937, in cui si condannava
la prassi e la filosofia del nazismo?
"Non tratto in modo
ampio nel libro di questa enciclica perché fa parte del periodo
in cui Pacelli era segretario di Stato. Ma è di capitale importanza.
La parte dogmatica - quella che oppone la dottrina cristiana della
creazione e della redenzione operata da Cristo, al neopaganesimo
nazista - fu scritta dal cardinale arcivescovo di Monaco Michael
von Faulhaber, su incarico di Pacelli. La redazione finale fu
affidata a Kaas (presidente del partico cattolico tedesco) e al
padre Leiber. Di chiarissima lettura la nota di protesta dell’ambasciatore
von Bergen: Questa enciclica, come anche le note della Segreteria
di Stato, mostrano che la Santa Sede non vuol capire la mentalità
del nazionalsocialismo e che non ha per esso nessuna benevolenza.
Dunque Bergen riconobbe che c’era la stessa mano dietro l’enciclica
e le note di Pacelli".
Perché, nelle polemiche
sui rapporti tra il Vaticano e il nazismo, non si parla mai di
quella enciclica?
"È un espediente che
consente di distinguere fra un energico Pio XI e un Pacelli debole
di fronte al nazismo. Papa Achille Ratti decise la stesura della
"Mit brennender Sorge". Ma poi non se ne occupò. Il
padre Leiber mi raccontò che l’enciclica fu pubblicata subito
dopo una sommaria lettura di Pio XI, senza apportare nessuna modifica.
Forse Pacelli non scrisse nemmeno una parola dell’enciclica, ma
possiamo dire con certezza che è sostanzialmente opera sua. Lui
sovraintese a tutte le fasi di stesura, lui diede le indicazioni
sui temi, soprattutto sull’applicazione del concordato del 1933
fra la Germania e il Vaticano. Si dovrà riconoscere - dice la
"Mit brennender Sorge" - con stupore e con intima ripulsa,
come dall’altra parte (il governo dei Reich, ndr) si sia eretto
a norma ordinaria lo svisare arbitrariamente i patti, l’eluderli,
lo svuotarli e finalmente il violarli più o meno apertamente.
Poi c’è una frase durissima chiaramente indirizzata al Führer:
Anche se un uomo identifichi in sé ogni sapere, ogni potere e
tutta la possanza materiale della terra, non può gettare fondamento
diverso, da quello che Cristo ha gettato. Colui quindi che con
sacrilego disconoscimento della diversità essenziale tra Dio e
la creatura, tra l’Uomo-Dio e il semplice uomo, osasse porre accanto
a Cristo e ancora peggio, sopra di Lui o contro di Lui, un semplice
mortale, fosse anche il più grande di tutti i tempi, sappia che
è un profeta di chimere, al quale si applica spaventosamente la
parola della Scrittura: ‘Colui che abita nel Cielo, ride di loro’".
Le condizioni di pace
imposte alla Germania alla fine della prima guerra mondiale erano
particolarmente vessatorie per l’economia tedesca. Possono aver
favorito l’ascesa di Hitler?
"Erano condizioni inique
e stupide. Tanto valeva che i vincitori decidessero di distruggere
totalmente la Germania, piuttosto che imporre delle condizioni
che portassero l’economia tedesca al tracollo. Su questo punto
si era levato l’ammonimento di Pio XI. Il Vaticano è sempre stato
per la pace in Europa. Sono state invece l’Inghilterra e la Francia
a far crescere Hitler. Quando Hitler occupò militarmente la Renania,
che doveva rimanere smilitarizzata, se un solo reggimento francese
si fosse opposto, Hitler sarebbe caduto. O almeno ci sarebbe stata
una congiura di generali per rovesciarlo. Poi gli hanno lasciato
fare tutto: l’Anschluss (annessione) dell’Austria, il trattato
di Monaco (che sancì l’incorporazione alla Germania della regione
cecoslovacca dei Sudeti, ndr. Per Pio XI quella data aveva segnato
non solamente la capitolazione, bensì il capitombolo delle democrazie.
Hitler, grazie alla Conferenza di Monaco, riuscì ad annettersi
la parte della Cecoslovacchia dove erano ubicate le fortificazioni.
A quel punto poteva occupare quella nazione in tutta tranquillità,
con le mani in tasca. E infatti non si sparò un solo colpo di
fucile il 15 marzo del 1939, quando i tedeschi entrarono a Praga".
Quale ruolo esercitò Robert
Leiber a fianco di Eugenio Pacelli?
"Il padre Leiber fu
accanto a Pacelli già dagli anni dell’incarico di nunzio a Monaco
di Baviera. Lo seguì alla Nunziatura di Berlino nel 1925, gli
rimase accanto per il decennio di Segreteria di Stato e fino alla
morte di Pio XII, avvenuta nel 1958. Era lui che faceva da tramite
tra i tedeschi e Pacelli. Ma Leiber era assolutamente nascosto,
non ha voluto scrivere le sue memorie. Nessuno ha mai parlato
di lui. Nell’Osservatore Romano non si troverà mai traccia del
suo nome. Viveva qui a Roma in una stanza della Gregoriana vicina
alla mia. Ogni giorno prendeva l’autobus 64 per raggiungere il
Vaticano. In questo Ateneo occupava la cattedra di Metodologia
storica, nella quale gli sono succeduto. Prezioso è stato il suo
contributo nella redazione degli Actes. Sono orgoglioso - nonostante
non figuri ufficialmente la sua collaborazione - perché sono stato
io che ho domandato di inserire in questo lavoro il padre Leiber".
La caduta della fama di
Pio XII inizia con l’opera teatrale "Il Vicario" di
cui Pietro Nenni, socialista ed ex rifugiato politico in Laterano,
si oppose alla messa in scena.
"Quest’opera teatrale,
che non valeva tecnicamente un granché, è stata subito tradotta
in una quantità di lingue. Questa è una cosa macchinata dall’Est.
È molto chiaro. Non nomino mai nel mio libro Rolf Hochhuth perché
come storico non posso discutere con uno che fa opere teatrali.
Lui ha scritto anche un’opera contro Churchill. Ma gli è costata
cara, perché gli inglesi non sono il Vaticano. Nell’opera contro
Churchill, questo signore accusa il primo ministro inglese di
aver ordito l’assassinio di un generale polacco che in realtà
è morto in un incidente aereo. Il pilota dell’aereo si è salvato.
Ma nell’opera teatrale c’è scritto che dopo qualche tempo fu assassinato
anche lui. È accaduto che un signore si sia entusiasmato per quest’opera
sostenendo che tutto quello che c’era scritto era vero. Un bel
giorno è riuscito a rintracciare il pilota vivo e vegeto nella
sua villa in California. E anche il pilota gli ha fatto causa".
Ma quale senso avrebbe
tutto questo accanimento?
"Uno storico inglese
recentemente ha pubblicato un articolo su The Tablet per sottolineare
che Stalin aveva bisogno di screditare il Vaticano e che a Pacelli
non era mai stata perdonata la scomunica contro il comunismo".
Con la caduta del Muro
di Berlino e il crollo dell’impero sovietico, che senso ha la
recrudescenza degli attacchi alla memoria di Pio XII? Si cerca
forse di screditare il presente continuando ad infangare il passato?
"Accusare Pio XII è
una operazione che vuole sottolineare la sciagura nazista, le
camere a gas. Ma quando lei parla di camere a gas non pensa ai
gulag sovietici. I morti sono dieci volte di più. Così i governi
occidentali possono permettersi di avere dei comunisti al governo.
In passato si è pensato che queste accuse servissero a costringere
la Santa Sede a riconoscere lo Stato d’Israele. Ma anche questo
scoglio è stato superato e le calunnie invece continuano".
C’è secondo lei il tentativo
di mettere i bastoni fra le ruote a Giovanni Paolo II?
"Questo intento mi sembra
evidente nel libro di Cornwell. Lo storico francese intervistato
da Le Figaro, pur essendo protestante, sostiene senza mezzi termini:
Questa è una operazione contro la Chiesa cattolica e, nonostante
sia protestante, sono solidale con essa. Cornwell porta avanti
un grande inganno, sostiene di aver trovato nuovi documenti e
invece non c’è proprio niente di nuovo. E quando parla dei documenti
cita le fonti indirettamente da opere di altri autori. Si vede
che non ha letto niente".
Il rabbino
dimenticato
Una figura dimenticata nella
storia contemporanea dei rapporti tra l’ebraismo e la Chiesa cattolica
è il rabbino Israele Zolli. "Un caro uomo, di animo e spirito
cristiano", dice di lui il padre Vittorio Marcozzi, professore
di Antropologia alla Gregoriana. "Fin da piccolo ha nutrito
sentimenti di carità, di amore. Ma il passo di abbracciare la
fede cristiano lo ha fatto solo a guerra finita, in modo che non
sembrasse un tradimento, per non mettersi al sicuro mentre gli
altri erano in pericolo". Sofia Cavalletti, allieva e collaboratrice
di Zolli alla Sapienza: "Incontrarlo è stata la grande benedizione
della mia vita. Era un uomo buono e di rara grandezza intellettuale".
Alla figura di Zolli dedichiamo la parte conclusiva dello speciale.
Protagonisti & testimoni
- Il rabbino amico del papa
"Israele Zolli, rabbino
capo della comunità ebraica romana fu uno dei protagonisti di
quegli anni terribili e tragici. Uomo con qualità eccelse, avvertì
per primo il pericolo nazista, si batté perché tutti gli ebrei
si nascondessero in tempo e sarebbe ricordato come un eroe se
non avesse scelto la conversione al cattolicesimo. Si battezzò
il 13 febbraio 1945 prendendo il nome di Eugenio per riconoscenza
a quanto papa Pacelli aveva fatto per salvare i suoi correligionari.
Un atto che ha ferito profondamente la Comunità ebraica mondiale.
Ancora oggi a distanza di 42 anni dalla morte di Zolli è difficile
parlare di quella vicenda senza rischiare di ferire l'orgoglio
ebraico.
Peccato perché non si può
ricomporre il quadro completo della realtà storica di quegli anni
e soprattutto non si può conoscere a fondo il dibattito che si
sviluppò all'interno della comunità ebraica senza ricordare la
figura di Zolli.
Israele Zoller, questo il
suo nome di nascita era di origine polacca. La mamma, di famiglia
rabbinica da più di quattro secoli, desiderava vivamente che uno
dei suoi cinque figli divenisse rabbino; e il suo desiderio fu
soddisfatto… Il giovane Israele frequentò prima l'Università di
Vienna, poi quella di Firenze, dove si laureò in filosofia, studiando
contemporaneamente nel Collegio rabbinico. Nel 1920 divenne Rabbino
Capo di Trieste. Nel 1933 ottenne la cittadinanza italiana e a
causa delle leggi fasciste dovette cambiare il cognome da Zoller
in Zolli. Ottenne anche la cattedra di lingua e letteratura ebraica
nell'università di Padova, ma con l'applicazione delle leggi razziali
dovette abbandonare I'insegnamento. Nel 1940 fu nominato Gran
Rabbino a Roma, ove svolse una missione di pace nella comunità
ebraica, divisa fra coloro che si dichiaravano antifascisti e
coloro che invece speravano di evitare guai peggiori offrendo
una certa collaborazione. Zolli non si fidava dei fascisti e per
questo aveva proposto ai leader della comunità di bruciare i registri
e far fuggire la gente. Non fu creduto, anche perché l'allora
capo della Polizia Carmine Senise forniva notizie rassicuranti.
Dopo l'8 settembre 1943,
la situazione per gli ebrei andò rapidamente peggiorando. Il 27
settembre il tenente colonnello Kappler, capo della polizia tedesca
a Roma, intimò ai responsabili della comunità ebraica di consegnare
entro 24 ore 50 chilogrammi di oro, con la minaccia, in caso contrario,
della deportazione di tutti gli uomini ebrei residenti a Roma.
La sera di quel giorno gli ebrei avevano potuto raccogliere 35
chili di oro; ne mancavano 15. Zolli si recò in Vaticano per chiedere
aiuto al Papa. Pio XII lo tranquillizzò, la Santa Sede avrebbe
fornito l'oro che mancava. Il 29 settembre il comm. Nogara, Delegato
all'Amministrazione speciale della Santa Sede, scriveva al card.
Maglione, Segretario di Stato: "II Dr. Zolli ieri alle 14
è venuto a dirmi che avevano trovato i 15 chili presso delle comunità
cattoliche e che quindi non avevano bisogno del nostro concorso.
Però pregava che non gli si chiudesse la porta nell'avvenire".
Ma l'oro non placò la ferocia
dei nazisti. …il 16 ottobre iniziarono le deportazioni forzate.
Zolli fu accolto da due giovani sposi cristiani di condizione
operaia, che, avendo perduto i loro genitori, lo assistettero
come loro padre fino alla liberazione di Roma. La moglie Emma
Majonica e la figlia Miryam furono nascoste in un luogo sicuro.
Dopo l'arrivo degli alleati,
Zolli riprese il suo posto di Gran Rabbino, e nel luglio 1944
celebrò nella sinagoga una solenne cerimonia, che fu anche radiotrasmessa,
per esprimere pubblicamente riconoscenza degli ebrei al Sommo
Pontefice, nonché al Presidente degli Stati Uniti, per l'aiuto
prestato alla comunità ebraica durante la persecuzione nazista.
Il 25 luglio chiese ed ottenne di essere ricevuto in udienza da
Pio XII, per ringraziarlo ufficialmente per quanto egli… aveva
fatto in favore degli ebrei, aprendo loro conventi e monasteri,
dispensando anche dalla legge canonica della clausura papale,
affinché gli ebrei potessero essere accolti nei monasteri femminili…
Dopo aver condiviso con i
suoi correligionari le sofferenze della persecuzione alla fine
di luglio 1944 Zolli scrisse al Presidente della comunità ebraica
presentando le sue dimissioni da Gran Rabbino. La domanda giunse
del tutto inaspettata e causò grande meraviglia. Il Presidente
della comunità prese atto con vivo dispiacere delle dimissioni,
ma pregò Zolli di accettare l'incarico di Direttore del Collegio
rabbinico perché "non dubitava di asserire che nella comunità
ebraica non vi era una persona più competente e preparata per
quel delicato ufficio, ed insieme da tutti stimata e apprezzata
per la sua onestà e dottrina". La lettera del Presidente
della Comunità si concludeva dicendo che, se il motivo del rifiuto
fosse stato di natura economica, era disposto a venirgli incontro
nel miglior modo, purché accettasse I'invito. In maniera cortese
e decisa Zolli rifiutò ogni incarico.
Il 15 agosto del 1944 Zolli
manifestò al Rettore della Pontificia Università Gregoriana il
gesuita Paolo Dezza la sua intenzione di divenire cristiano. Ricorda
il cardinale Dezza ora noventaseienne che Zolli si presentò con
tanta umiltà e sincerità dicendo "Padre, la mia domanda del
battesimo non è un do ut des. Domando l'acqua del battesimo e
nient'altro. Sono povero, i nazisti mi hanno portato via tutto;
non importa, vivrò povero, morirò povero, ho fiducia nella Provvidenza".
Il 13 febbraio 1945 nella
cappella attigua alla sacrestia di S. Maria degli Angeli, alla
presenza di una quindicina di persone Zolli fu battezzato da S.
E. mons. Traglia, vicegerente della diocesi di Roma. Israele Zolli
prese il nome di Eugenio, per riconoscenza a Pio XII, che tanto
si era prodigato in favore degli ebrei e la moglie aggiunse al
suo nome Emma quello di Maria.
La conversione suscitò un
enorme scandalo. Il cardinale Dezza ha raccontato che "il
nome di Zolli fu addirittura cancellato dall'elenco dei Rabbini
di Roma, il settimanale ebraico uscì listato a lutto, la famiglia
fu oggetto di telefonate piene di insulti". Ospitato in Gregoriana
Zolli ricevette numerose visite di amici e nemici. Vennero alcuni
ebrei americani per convincerlo ad un suo ritorno all'ebraismo,
offrendo qualsiasi somma lui desiderasse, ma Zolli restò fermo
nel suo proposito.
Intorno alla metà di febbraio
Zolli fu ricevuto in udienza privata da Pio XII. Il colloquio
si svolse in tedesco. In quell'occasione l'ex rabbino chiese al
papa se non fosse possibile togliere, nella liturgia del Venerdì
Santo l'aggettivo "perfidi" attribuito ai giude. Il
Papa rispose con una dichiarazione in cui spiegava che l'aggettivo
"perfidi" voleva dire "increduli" senza quelle
connotazioni peggiorative che il termine ha nel linguaggio comune.
I tempi non erano ancora maturi per quelle modificazioni liturgiche
che vennero realizzate solo dopo il Concilio Vaticano II.
Uomo di studio Zolli riprese
il suo lavoro di insegnante. Professore di lingua e letteratura
ebraica all'istituto Biblico della Gregoriana, tenne corsi e conferenze
non solo a Roma. Nel 1953 si recò negli Stati Uniti invitato dall'Università
Notre Dame dell'Indiana per un ciclo di conferenze.
Di fronte a coloro che lo
accusavano di tradimento, Zolli rispose: Non ho rinnegato nulla;
ho la coscienza tranquilla. Il Dio di Gesù Cristo, di Paolo, non
è forse lo stesso Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe? Paolo è un
convertito. Ha abbandonato forse il Dio di Israele? Ha forse cessato
di amare Israele? È assurdo solo pensarlo.
Prima che le forze lo abbandonassero
all'età di 75 anni Zolli scrisse numerosi articoli e anche un
libro, Before the Dawn (Prima dell'Aurora).
Antonio Gaspari
(da "Nascosti in Convento",
edizioni Ancora 1999)
RINGRAZIAMENTI
Molte persone si sono messe
gentilmente e con prontezza a disposizione di questo lavoro. Un
particolare ringraziamento alle Figlie di San Paolo di Sassari
e di Roma (Castro Pretorio), a Marco Roncalli (relazioni esterne
Edizioni San Paolo), alla signora Emilia Paola Pacelli (traduttrice,
insieme a Rita di Castro, del volume di padre Blet), al padre
Vittorio Marcozzi e alla signora Sofia Cavalletti, per i loro
personali ricordi di Eugenio Zolli, ad Antonio Gaspari per aver
messo a disposizione un brano del suo libro, ai colleghi Giuseppe
Meloni (che mi ha aiutato col francese e ha corretto con pazienza
le bozze di questo lavoro) e Salvatore Madau (che ha rimesso a
posto le mie foto maldestre). Un vivissimo ringraziamento al padre
Pierre Blet per la sua lezione di verità.
Soli Deo honor et gloria