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Chiude l’elenco delle testimonianze
non cristiane del II secolo quella uscita dalla
penna dell’oscura figura del filosofo Celso; di
lui sappiamo solamente che fu un intellettuale
seguace di quel medio platonismo che a quel tempo
conobbe una notevole fioritura con Plutarco, Attico,
Albino, Massimo di Tiro ed altri ancora.
Tra tutti coloro che si occuparono
dell’attacco verso i Cristiani (ci sono rimasti
i nomi e talora alcune accuse poco significative
del cinico Crescente, di Cecilio, di Frontone,
dell’oratore Aristide e di Ierocle), egli è, assieme
a Porfirio nel secolo successivo, l’unico veramente
degno di nota.
Sappiamo che Celso scrisse un’opera
dedicata interamente alla polemica contro i Cristiani,
dal titolo Discorso veritiero (Alethès
lógos); esso è comunemente datato tra il 177
e il 180, gli ultimi anni della correggenza di
Marco Aurelio col figlio Commodo (171-180). Ma
quest’opera, ignorata a quel che sembra dai contemporanei
e trascurata dalle generazioni successive, ci
è giunta parzialmente solo perché Origene nel
248 decise di farne una dettagliata confutazione
(il Contra Celsum); per ribatterne una
ad una le argomentazioni, egli riportò letteralmente
gran parte dei passi.
Celso pare non voler riconoscere
nulla di buono ai Cristiani: pur sdegnando le
volgari calunnie che ancora circolavano al suo
tempo, che in parte abbiamo già ricordato e su
cui gli apologisti ci hanno lasciato numerose
attestazioni (incesto e banchetti tiestei, ma
anche accuse di adorare un idolo con testa d’asino,
la croce, il sole, i genitali dei sacerdoti, di
suscitare venti e tempeste, di invocare fame e
pestilenze, di compiere sortilegi), egli rappresenta
l’atteggiamento degli avversari del II secolo.
Il filosofo mostra di conoscere almeno in parte
la Bibbia (certamente qualcosa del vangelo di
Matteo) e le sette fuoriuscite dalla “grande Chiesa”;
egli accusa il cristianesimo di essere il figlio
bastardo della più abbietta religione nazionale,
il giudaismo. Solamente l’etica di Cristo pare
talora resistere alla sua disapprovazione, ed
anche la dottrina del Logos gli aggrada.
In ultima analisi, tuttavia, il Discorso
veritiero è uno scritto politico e pratico:
Celso è preoccupato dal fatto che i Cristiani
non partecipino alle feste pagane, non prestino
servizio militare, non ricoprano cariche pubbliche,
collocandosi al margine della società civile (l’odio
del genere umano già descritto ottant’anni
prima da Tacito). Questo rifiuto di partecipare
alla vita pubblica è per lui un “grido di rivolta”. L’appello con cui si concludeva l’opera
di Celso, affinché i Cristiani non si sottraggano
più all’ordine civile e religioso generale, servendo
così al bene dello stato già tanto debilitato
e in pericolo a causa di nemici interni ed esterni,
mette in luce questa preoccupazione politica che
attraversa tutto il suo scritto.
Da quanto Origene ci ha conservato,
possiamo trarre alcuni giudizi su Gesù Cristo:
Ad un certo punto si parla della
“madre di Gesù, scacciata dall’artigiano che l’aveva
maritata, accusata di adulterio, messa incinta
da un certo soldato di nome Panthera” (Contra
Celsum, I, 32.
“Spinto dalla miseria andò in
Egitto a lavorare a mercede, ed avendo quindi
appreso alcune di quelle discipline occulte
per cui gli Egizi son celebri, tornò dai suoi
tutto fiero per le arti apprese, e si proclamò
da solo Dio a motivo di esse” (Ivi, I, 28).
“Gesù raccolse attorno a sé dieci
o undici uomini sciagurati, i peggiori dei pubblicani
e dei marinai, e con loro se la svignava qua
e là, vergognosamente e sordidamente raccattando
provviste” (Ivi, I, 62).
L’accusa di illegittimità e la figura
del soldato Panthera sono state rinvenute anche
in ambiente giudaico: in tal senso, l’origine del nome Gesù
figlio di Panthera (Jesûa‘ ben Pandera), testimoniato
con piccole varianti grafiche, sarebbe una corruzione
del greco parthénos (vergine), una qualifica
di Maria che sarebbe stata grossolanamente mal
interpretata dai Giudei, fino a farne il nome
di un presunto violentatore di lei; diversamente,
altri ritengono queste accuse provenienti dai
Giudei come tardive rispetto alla testimonianza
di Celso. Panthera allora potrebbe essere un vero
nome di persona, diffuso tra le truppe romane,
come anche testimoniato da alcune iscrizioni.
È interessante vedere come Origene
risponde alle accuse di Celso, specie quando mostra
una perfetta ignoranza dei fatti (ad esempio quando
parla di dieci o undici discepoli, quando è ben
noto che erano dodici).
NOTE
AL TESTO
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