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Le prime chiare testimonianze storiche
sulla persona di Gesù, ci sono tramandate dallo
storico giudeo-romano Giuseppe Flavio (37-103
circa), che fu prima legato del Sinedrio, governatore
della Galilea e comandante dell’esercito giudaico
nella rivolta antiromana, ed in seguito consigliere
al servizio dell’imperatore Vespasiano e di suo
figlio Tito.
Nella sua opera Antichità giudaiche
(93-94), nella quale narra la storia ebraica da
Abramo sino ai suoi tempi, egli fa un accenno
indiretto a Gesù; l’occasione gli è fornita dal
racconto della illegale lapidazione dell’apostolo
Giacomo (detto tradizionalmente il Minore), che
era a capo della comunità cristiana di Gerusalemme,
avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato
del sommo sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso:
“Anano […] convocò il sinedrio
a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù,
detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri,
accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli
alla lapidazione” (Ant. XX, 200).
In un altro passo, invece, egli fa
menzione della figura di Giovanni Battista; Erode
Antipa, per sposare Erodiade moglie del proprio
fratello aveva ripudiato la figlia di Arete, re
di Nabatene, la quale si rifugiò dal proprio padre.
Ne sorse una guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto,
e questo è il commento di Giuseppe:
“Ad alcuni dei Giudei parve che
l’esercito di Erode fosse stato annientato da
Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione
di Giovanni soprannominato il Battista. Erode
infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva
i Giudei che praticavano la virtù e osservavano
la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio
a venire insieme al battesimo; così infatti
sembrava a lui accettabile il battesimo, non
già per il perdono di certi peccati commessi,
ma per la purificazione del corpo, in quanto
certamente l’anima è già purificata in anticipo
per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero
altre persone - infatti provarono il massimo
piacere nell’ascoltare i suoi sermoni - temendo
Erode la sua grandissima capacità di persuadere
la gente, che non portasse a qualche sedizione
- parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa
dietro sua esortazione - ritenne molto meglio,
prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene
prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto
che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito
ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto
di Erode fu mandato in catene alla già citata
fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”. (Ant.
XVIII, 116-119).
È interessante il motivo politico
che Giuseppe aggiunge a quello addotto dai vangeli,
ovvero le continue rampogne del battista ad Erode
per la sua situazione adultera.
Ma la testimonianza di gran lunga
più interessante è contenuta nel capitolo decimottavo
della medesima opera, ed è nota tra gli storici
come Testimonium flavianum. Essa, a causa
della difficoltà di alcune sue affermazioni, fu
oggetto di un lungo dibattito fra gli studiosi.
Così infatti si presenta nella forma a noi tramandata:
“Ci fu verso questo tempo Gesù,
uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo:
era infatti autore di opere straordinarie, maestro
di uomini che accolgono con piacere la verità,
ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei
greci. Questi era il Cristo. E quando
Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra
noi, lo punì di croce, non cessarono coloro
che da principio lo avevano amato. Egli infatti
apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo,
avendo già annunziato i divini profeti queste
e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui.
Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli
che, da costui, sono chiamati Cristiani” (Ant.
XVIII, 63-64).
E’ evidente che le affermazioni evidenziate
dal carattere corsivo, presentate in tal modo,
sono di uno scrittore che crede alla divinità
di Gesù, alla sua risurrezione, alla sua qualità
di Messia (Cristo) predetto dai profeti; un giudeo
non convertito al cristianesimo, qual era Giuseppe,
non avrebbe mai potuto scrivere tali cose.
Per questo motivo, a partire dal
secolo XVI con Gifanio e Osiandro, l’autenticità
del passo è stata messa in dubbio da un numero
sempre crescente di commentatori, pur non mancando
coloro che la difendevano anche tra autori di
larga fama, quali F. K. Burkitt, A. von Harnack, C. G. Bretschneider e R. H. J. Schutt.
Una gran parte di studiosi, invece, non giudicava
il Testimonium come totalmente apocrifo,
opera di getto d’un cristiano che l’ha inserito
in quel punto della storia di Giuseppe, bensì
lo riteneva un passo interpolato, scoprendovi
il lavorio di una mano cristiana che avrebbe ritoccato
volontariamente o involontariamente un tratto
autentico delle Antichità (per ritocco involontario si allude
ad un errore non così raro dei copisti, i quali
talora inserivano inopportunamente nel testo alcune
annotazioni o glosse marginali, apposte da qualche
lettore; della possibilità di tale errore ci informano
già gli antichi).
Si è notato che se il passo su Gesù
fosse stato costruito a tavolino da un interpolatore
cristiano, sarebbe stato verosimilmente inserito
subito dopo il resoconto di Giuseppe su Giovanni
Battista, mentre in Giuseppe l’accenno a Gesù
non segue il racconto di Giovanni. D’altra parte,
sarebbe strano che Giuseppe abbia omesso di registrare
qualche informazione su Gesù, dato che si occupa
del Battista, di Giacomo e di altri personaggi
del genere; né il cristianesimo, da storico qual
era, gli poteva essere ignoto, essendo a quei
tempi penetrato fin nella famiglia imperiale.
Quando poi Giuseppe più avanti tratta di Giacomo,
invece di indicare come si faceva di solito il
nome del padre per identificarlo (Giacomo figlio
di …), lo chiama “fratello di Gesù detto il Cristo”,
senza aggiungere altro, lasciando intendere che
questa figura era già nota ai suoi lettori. Se
a ciò si aggiunge che Flavio Giuseppe parla già
di altri “profeti” (come appunto Giovanni, oppure
Teuda), è perfettamente plausibile che si sia
occupato anche di Cristo.
Esaminando il problema, notiamo che:
-
Tutti i manoscritti greci delle
opere di Giuseppe che noi possediamo dal secolo
XI in giù, contengono questo passo nella medesima
forma; esso è pure citato due volte dallo
storico Eusebio di Cesarea nei primi decenni
del IV secolo. Quindi, a questo proposito, la tradizione
testuale è forte.
-
Origene, alla metà del secolo
III, attribuisce al nostro Giuseppe l’affermazione
che Gerusalemme fu distrutta per castigo divino
in punizione del martirio dell’apostolo Giacomo,
aggiungendo: “E la cosa sorprendente è che
egli, pur non ammettendo il nostro Gesù essere
il Cristo, ciò nondimeno rese a Giacomo attestazione
di tanta giustizia” (Commentarium in Matthaeum
X,17). Questa notizia pare essere in contraddizione
con quanto si legge nel nostro Testimonium.
In un’altra opera riprende il medesimo concetto,
facendo egualmente rilevare come Giuseppe
dica queste cose “sebbene non credente in
Gesù come il Cristo” (Contra Celsum I,47). Di qui si ha la conferma di quanto
ipotizzato riguardo alla fede non cristiana
di Giuseppe. È invece discutibile la conoscenza
che Origine mostra delle Antichità: vero è
che Giuseppe considera iniqua la condanna
sommaria di Giacomo, e la indica come la causa
della deposizione del sommo sacerdote Anano
da parte dell’autorità romana; egli infatti
aveva convocato il sinedrio e pronunciato
una condanna a morte senza il permesso del
procuratore della Giudea, approfittando del
periodo che incorse tra la morte di Festo
e l’insediamento del successore Albino. Purtuttavia,
Giuseppe Flavio in nessun passo afferma che
per il martirio di Giacomo Gerusalemme si
attirò la punizione divina, come ci dà ad
intendere Origene. Nello stesso errore incorre
Eusebio, che attribuisce a Giuseppe la medesima
sentenza. Secondo taluni, poiché il medesimo Eusebio per
i fatti di Giacomo utilizza ampiamente l’antico
storico Egesippo, vi fu una confusione tra le notizie
di Egesippo e Giuseppe, forse anche favorita
da una certa somiglianza dei nomi (pronunciati
in greco rispettivamente Ighìsippos
e Iòsipos). Questo ci può far pensare
che Origene ed Eusebio non conoscessero a
fondo le opere di Giuseppe, per lo meno in
questi punti.
-
Dal lato della critica interna,
il linguaggio del Testimonium non è
dissonante dallo stile di Giuseppe. Tra i
tanti commentatori, è opportuno ricordare
H. St. J. Thackeray, il quale trattò a lungo
dell’argomento dal punto di vista stilistico
e filologico, e da negatore assoluto della
autenticità del passo divenne sostenitore
della sua sostanziale autenticità, sposando
la tesi della parziale interpolazione cristiana.
-
Il testo, se liberato dalle aggiunte
evidenti, conserva un ottimo senso, sia grammaticalmente
che storicamente; le aggiunte cristiane, che
spezzano il fluire del discorso, sono tutte
in forma parentetica, come se fossero state
aggiunte in mezzo ad un testo preesistente.
Se eliminate, rendono la narrazione più scorrevole.
Alcune espressioni, inoltre, difficilmente
appartengono ad un Cristiano (ad esempio,
quando si dice che Pilato condannò a morte
Cristo, si parla di "uomini notabili fra noi",
come se l'autore fosse un Giudeo).
-
Sono state proposte alcune correzioni
che renderebbero il testo ancora meno “cristiano”.
Ad esempio, la frase “maestro di uomini che
accolgono con piacere la verità” potrebbe
essere corretta in “maestro di uomini che
accolgono con piacere le cose inconsuete”
(a causa della somiglianza delle parole greche
talêthê = la verità, e taêthê,
le cose inconsuete). L’espressione taêthê
è poco comune, e poteva essere più facilmente
confusa con il più noto talêthê. In
questo caso, la descrizione di Gesù come “autore
di opere straordinarie” della riga precedente
si attaglierebbe benissimo a questa osservazione.
Più avanti, nella frase “E quando Pilato,
per denunzia degli uomini notabili fra noi,
lo punì di croce, non cessarono coloro che
da principio lo avevano amato”, se il kaí
iniziale viene tradotto in senso avversativo
(=ma) e non come semplice congiunzione (=e),
si ha di fronte una considerazione sull’atteggiamento
dei Cristiani, i quali avrebbero dovuto secondo
l’autore abbandonare Gesù in seguito alla
sua morte, ma invece continuarono a
seguirlo.
Una svolta decisiva nell’analisi
del testo fu impressa nel 1971 dalla scoperta
di una Storia universale scritta in Siria
nel X secolo dal vescovo e storico cristiano Agapio
di Ierapoli (in Frigia, Asia Minore), che riporta
una traduzione araba del Testimonium. Essa
rappresenta un testo migliore di quello greco
tramandato, compatibile con il pensiero di Giuseppe
e privo di quelle rielaborazioni cristiane che
sono state contestate dai critici; in tal modo,
parve confermare sia la sostanziale autenticità
del passo, sia la teoria di coloro che già prima
avevano ipotizzato un’interpolazione successiva
con i soli metodi della critica interna.
Ecco il testo arabo:
“Similmente dice Giuseppe l’ebreo,
poiché egli racconta nei trattati che ha scritto
sul governo dei Giudei: “Ci fu verso quel tempo
un uomo saggio che era chiamato Gesù, che dimostrava
una buona condotta di vita ed era considerato
virtuoso (o: dotto), e aveva come allievi
molta gente dei Giudei e degli altri popoli.
Pilato lo condannò alla crocifissione e alla
morte, ma coloro che erano stati suoi discepoli
non rinunciarono al suo discepolato (o:
dottrina) e raccontarono che egli era loro apparso
tre giorni dopo la crocifissione ed era vivo,
ed era probabilmente il Cristo del quale i profeti
hanno detto meraviglie”.
Come è possibile notare da un semplice
raffronto tra i due testi, siamo di fronte alle
medesime informazioni: tuttavia, mentre nella
recensione greca Giuseppe sembra riferire in prima
persona le considerazioni “cristiane” nei riguardi
di Gesù, quasi le condividesse, in quello arabo
egli si limita esclusivamente a riportare quanto
i discepoli di Gesù riferivano su di lui. Da parte
sua, l’autore testimonia l’esistenza storica di
quello che egli chiama in entrambi i testi un
“uomo saggio”.
L’importanza di questo testo più
“puro” sta nel fatto che è opera di un vescovo
cristiano: è difficile pensare che in uno scrittore
cristiano il testo di Giuseppe sia stato modificato
in senso minimizzante nei confronti di Gesù. Per
cui, probabilmente, Agapio aveva di fronte una
migliore recensione del testo di Giuseppe. “Migliore recensione” non significa
“originale”; egli infatti traduceva da una versione
siriaca, forse anch’essa viziata da qualche intervento
redazionale spurio.
Alla luce di tutto ciò, i critici
moderni sono ormai concordi nel ritenere il passo
del Testimonium come sostanzialmente autentico
nella sua testimonianza storica di Gesù, sebbene
abbia subito prima del secolo IV delle interpolazioni
cristiane.
Quanto ci interessa rilevare, in
sostanza, è che Giuseppe Flavio cita nelle sue
opere storiche tre personaggi evangelici, ovvero
Giovanni Battista, Giacomo il Minore e Gesù medesimo,
collocando intorno all’anno 30 d.C. l’attività
e la morte di quest’ultimo, per mano di Ponzio
Pilato su denuncia delle autorità giudaiche dell’epoca
NOTE AL TESTO
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