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Dark Blue

di Giuseppe Emmolo

Siamo stati al cinema, multisala Odeon a Milano, per vedere "Dark Blue World" di Jan Sverak, già autore del godibilissimo Kolya. E' un film cecoslovacco. Narra la storia di un gruppo di amici, di due in particolare, che non appena Hitler - col pretesto dei Sudeti - ordina di occupare (siamo nel '38) Praga e l'intero paese, decidono di arruolarsi nella Raf.

La 2° guerra mondiale sta per scoppiare. Essi formano la squadriglia Blue, che piano piano dopo operazioni sempre più rischiose e coraggiose, riesce a guadagnarsi la stima dello stato maggiore della Raf (Royal Air Force). Alla fine della guerra, tornano in Cecoslovacchia, ahimè!,errore: il regime comunista temendo che questi uomini, che avevano combattuto per la libertà, ci prendessero gusto a lottare per essa anche nel proprio paese, senza motivi e senza processo li schiaffa in un lager (nel 1951 per l'esattezza).

Il film si sviluppa secondo uno stile semplice nei dialoghi, lineare nella trama, godibile nelle diverse situazioni che vengono a crearsi. Non risultano grandi analisi storiche (anzi) né giudizi politici. Vi è un intreccio ben congegnato tra destini personali e vicende collettive, senza complicanze e con un ritmo narrativo buono. Un film semplice sobrio e significativo. Da ultimo non ci sono i soliti amplessi per i cinefili guardoni e frustrati. Però c'è la donna e il suo charme...

Ciò che ho trovato geniale è la simmetria narrativa: il film si apre col protagonista che sputa sangue nel lager ceco-comunista dove è oggetto di violenza gratuita mentre il regista opera continui flash-back nel periodo in cui - sempre il protagonista - guidava la famosa squadriglia Blu in Inghilterra in nome della libertà. Felicissima questa scelta di simmetria narrativa perché la risultante finale nello spettatore è di fare capire, avvertire, toccare con mano, la terrificante continuità tra occupazione tedesca e sovietica. Dal punto di vista della soppressione della libertà la differenza tra Reich e Armata Rossa è zero e zero nullo.

C'è da auspicare che siano i paesi dell'est (una buona volta), oggi liberi, a scrivere e fare opere letterarie e artistiche con le quali far capire a noi, la vecchia ideologica Europa, che l'orrore tedesco è continuato, con il regime sovietico, non come prima ma più di prima! Infatti se a farlo presente siamo noi occidentali da sempre, veniamo tacciati di anticomunismo, pregiudizio ideologico... alla faccia dell'avvenuta caduta del comunismo!

La fede compare nel film in modo significativo ma indiretto: di certo non col moralismo bigotto e bacchettone. Il carcere comunista è una bellissima cattedrale con delle stupende vetrate trasformata in carcere, ennesima riprova che ogni vero regime totalitario ha paura della fede dell'uomo.

Per il resto non si va oltre il nostalgico lontano inafferrabile sentimento religioso di una presenza enigmatica che ha il volto triste e luttoso dell'amico morto, angelo-pilota del paradiso che continua a volare lassù nel cielo, perso in realtà per sempre per l'amico... come persa è la sua libertà e quella del popolo cecoslovacco, strappata via da un regime alieno e totalitario. Ma la luce che attraversa quelle alte e gotiche vetrate per illuminare i volti dei prigionieri, fa sperare... e col senno di poi la speranza si realizzerà negli anni '90, con la rivoluzione di velluto di Vaclav Havel.