L'invenzione indispensabile
Fin da piccola ho sempre dato per scontato che la nostra
società fosse basata su alcune regole accettate collettivamente
e dettate dal comune buonsenso, pur non avendole mai collegate
neanche per idea a dettami divini, a pretese di un'autorità
superiore. Sono cresciuta nella convinzione, quella appartenente
alle persone che mi circondavano, che non esistessero Dei
o entità assolute superiori all'uomo, eppure ho interiorizzato
profondamente il senso etico, la morale del "si deve"
e del "non si deve fare".
Non so come sia successo, forse è normale accettare
una morale, anche generica e poco motivata, quando si è
piccoli e ancora privi di proprie idee, ma adesso, cresciuta
e armata a combattere contro ogni sorta di preconcetto e ingiustizia,
comincio a mettere in discussione l'infallibilità di
certi dogmi, certe norme sociali che ho sempre seguito istintivamente.
Capisco che ho bisogno di un motivo, di una spiegazione convincente
per seguire molte di quelle regole e probabilmente, anche
se lì per lì mi sembra di aderire alla morale
comune per un immotivato senso del dovere, lo faccio perché
sono abituata a credere in una regola che non ha bisogno di
alcuna spiegazione, ossia il rispetto verso le persone. Veramente
anche questo principio richiede un motivo, ma trova un'argomentazione
immediata nel pensiero verso noi stessi, verso il nostro io
e a come potrebbe essere danneggiato o distrutto dall'azione
di qualcun altro. Il pensiero del mio io danneggiato in qualsiasi
modo mi suscita sentimenti così tremendi che mi impone
di evitare di provocare sensazioni simili in qualunque altra
persona.
Ma è possibile che anche questa idealizzazione del
rispetto non sia altro che l'identificazione della divinità
in qualcosa che mi consenta di considerarmi atea: credo che
la verità sia che tutti abbiamo bisogno di credere
in qualcosa di ideale, utopistico, immune ai limiti della
realtà terrestre, esigenza dovuta alla consapevolezza
della limitatezza della nostra stessa intelligenza, e che
quindi in fondo l'etichetta di "atea", che spesso
mi autoattribuisco con una certa presunzione, non significa,
come è quasi universalmente riconosciuto, "non
credente", bensì' "credente in qualcos'altro";
ateo è qualcuno che individua in un principio diverso
da quello della mente onnipresente e onnisciente il fine ultimo.
Nel mio caso il principio in questione sarebbe la necessità
di rispettare le persone allo stesso modo in cui io vorrei
essere rispettata.
L'adesione collettiva a questo principio credo annullerebbe
ogni possibilità di sviluppo del cosiddetto "relativismo
etico", in altre parole se tutti individuassero il motivo
delle proprie azioni nel "tratta gli altri come vuoi
che loro trattino te", penso verrebbe a crearsi uno standard
etico piuttosto uniforme, rari casi di masochismo a parte.
Mi rendo conto però che una società basata su
ideali così astratti non è altro che un castello
in aria e che bisogna ritornare coi piedi per terra e lasciare
le utopie nel mondo dell'Iperuranio: in una società
come quella di cui facciamo parte, al cui interno a quanto
pare è impossibile mettere tutti d'accordo su questa
mia regola, per elementare che sembri, non possiamo che tollerare,
anzi incoraggiare, pur non essendo obbligati a condividere,
le credenze in esseri divini, se portano al risultato di far
condurre all'uomo una vita rispettosa degli altri. In parole
povere e anche un po' terra a terra il credente è un
individuo che, dal punto di vista morale, è sicuramente
"comodo" per gli altri membri della società,
mentre il cosiddetto ateo è comodo solo se, pur non
credendo nelle ricompense e nelle punizioni divine, ha fede
in un principio che, come il mio che si basa sul rispetto,
lo porta a comportarsi civilmente nei confronti dei suoi simili.
Cambierebbe sì, quindi, la vita concreta, se non
esistessero miliardi di persone che hanno fede in un Dio,
ma credo allo stesso tempo che sia un'inevitabile, necessaria
conseguenza della formazione di una società, la credenza,
almeno di una parte dei suoi membri, in un'autorità
scrutatrice e imperscrutabile perché questa fede non
è altro che un fantastico pretesto, inventato a fin
di bene, per convivere pacificamente.
È bello anche non crederci, ma, consci dell'importantissima
funzione che questa credenza svolge, ringraziare che tanti
altri ci credano.
Linda Fava
Commento su una massima di Dostoevskij
"Se Dio non esiste tutto è permesso ". Mi
è difficile affermare se questa citazione sia vera
o falsa; da una parte mi verrebbe da pensare che anche se
non esistesse la società sarebbe, comunque, regolata
da leggi: esse permetterebbero di frenare gli egoismi individuali
e, dunque, la volontà di ciascuno di fare ciò
che desidera; dall'altra parte credo che senza la presenza
di convenzioni, ispirata all'esistenza divina, ognuno sarebbe
padrone di se stesso e farebbe ciò che vuole.
Se tutto è relativo allora lo sono anche l'idea di
bene e di male; credo, infatti, che ognuno di noi, se non
esistesse alcun Dio, riuscirebbe a distinguere l'uno dall'altro
solo perché gli è stato inculcato dalla nascita
da qualcun altro. Perché molti bambini già all'età
di cinque anni si ritrovano in mano, invece di un giocattolo,
un fucile? Forse perché qualcuno li ha convinti del
fatto che sia giusto combattere, di uccidere il nemico per
il bene della patria.
Non so. Credo che il relativismo etico abbia un'accezione
del tutto negativa e che non debba essere diffuso. Penso,
anche, che imporre con la forza le proprie idee per riuscire
a seminarlo non sia del tutto giusto.
Chiara Righi
Se Dio non esiste
Nel romanzo "I fratelli Karamazov" Dostoevskij
riunisce tutti i temi che negli anni precedenti lo avevano
particolarmente affascinato. In particolare nei suoi romanzi
principali analizza il mondo interiore dei personaggi senza
però perdere di vista l'oggettività del mondo
reale. Il problema che lo attirava maggiormente era quello
del male morale, della volontà del male nell'uomo.
La sua tipica modalità di scrittura consisteva nel
porre i problemi piuttosto che ricercare le loro soluzioni
affinché il lettore ne prendesse consapevolezza.
L'affermazione "se Dio non esiste tutto è permesso"
è plausibile, e cioè vera, per coloro che ritengono
vuota una vita non finalizzata all'esistenza di Dio. La convinzione
dell'esistenza di una divinità rappresenta per l'uomo
un elemento di affermazione dei valori etici che regolano
la propria esistenza. Coloro che si dichiarano atei identificano
i valori morali con i principi etici dello stato politico
come entità che regolamenta la propria esistenza.
Ritengo che alcuni principi legati alla valorizzazione del
rispetto, della persona, della vita e della natura coincidano
molto e sovrappongano principi religiosi con i principi dello
stato (inteso come costituzione).
Penso che il bene sia fondato su una coscienza arricchita
dallo studio, dalla cultura, dagli insegnamenti educativi
impartiti dalla famiglia, dal proprio credo religioso e da
esperienze vissute positivamente. Il fondamento del male sta
in una coscienza non cresciuta, in una carenza educativa,
in una mancata condivisione di esperienze positive, nella
mancanza di un aiuto nell'affrontare problemi, nel prevalere
della materia sullo spirito e dell'avere sull'essere.
Colui che vive nel bene ama se stesso e gli altri, chi vive
nel male odia se stesso e il male in maniera più o
meno consapevole. Credo che il realismo etico consista nella
diversa applicazione dei principi morali, storici, sociali
e culturali in cui l'uomo è inserito; pertanto sia
il bene che il male assumono diverso valore in relazione al
diverso contesto. A mio parere la pericolosità del
relativismo etico è un problema sociale che si potrebbe
"sminare" costruendo una società orientata
al raggiungimento di obiettivi, alla rivalorizzazione dell'uomo
come entità spirituale e alla presa di coscienza di
ciò che significa essere.
Ritengo che Dio serva a creare una condizione di tensione
verso ciò che è bene per l'uomo, a contenere
istintività ed impulsi non razionale ad elevare lo
spirito verso ciò che l'uomo considera santo e trascendente.
Dio serve soprattutto a porre l'uomo non al centro dell'universo
in maniera statica e individualistica, ma a porlo al centro
di se stesso per poter riflettersi in Dio.
Diletta Rumpianesi
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