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Una legge per la vita

da PRESENZA, N. 5, SETT - OTT 2004

intervista ad Adriano Pessina: «La proposta di referendum sulla procreazione assistita sta spaccando in due l'Italia. Un caso etico e politico che rischia di perdere di vista il vero nodo del problema».
tratto da http://www.cattolicanews.it/

I fatti di cronaca qualche volta inciampano nelle domande esistenziali dell’uomo: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. La sollecitazione viene dal recente dibattito sulla contestatissima legge che regola la procreazione medicalmente assistita. Nel pieno del caso politico sul referendum abrogativo, a scaldare gli animi è stato il caso del bambino talassemico curato attraverso le cellule staminali delle sue due sorelle gemelle, nate con tecniche di fecondazione assistita, dopo una selezione di embrioni finalizzata a utilizzare quelli sani e compatibili con l’impiego del trapianto.

Ne parliamo con il professor Adriano Pessina, docente di filosofia morale e direttore del Corso di Perfezionamento di Bioetica, nella nuova sede del Centro di Bioetica della Cattolica di Milano «Questo episodio mostra come queste tecniche – spiega il professore – non siano usate soltanto per rispondere ai problemi dell’infertilità della coppia. Dobbiamo gioire per la guarigione di un bambino, ma non possiamo dimenticarci che altri fratelli, allo stadio embrionale sono stati prima generati, poi selezionati ed infine eliminati proprio perché malati. Ci troviamo di fronte ad un’eugenetica democratica, rivestita di buoni sentimenti ma, in fondo, frutto di una strisciante cultura di igiene sociale che finisce con il colpevolizzare chi accetta di avere i figli malgrado siano malati. Questa legge, se non altro, vieta una simile prassi ».

C’è un’altra questione di ordine culturale: avere dei figli è un diritto?

Questo è il primo problema da porsi. La risposta che diamo a questo quesito determina il modo con cui noi pensiamo la generazione umana, il rapporto uomo-donna, la procreazione. Il desiderio non dovrebbe trasformarsi in diritto, o in pretesa, ma dovrebbe plasmarsi nell’accoglienza del figlio come un “altro” da ospitare nella propria esistenza. Per questo, penso, l’adozione resta una risposta seria ed adeguata ad un desiderio legittimo che non trova risposta per impedimenti puramente fisici. Ma oggi si finisce con il colpevolizzare chi non accede a questi tecniche: eppure la sterilità non è né una colpa né un fallimento, è una situazione che provoca sofferenza, ma non modifica per nulla il senso ed il valore della coniugalità.

Quindi le coppie che non possono generare dovrebbero rinunciare all’ausilio della scienza e delle nuove tecnologie?

Personalmente ritengo che oggi si dovrebbe incominciare ad affermare il diritto di ogni uomo ad essere generato nel grembo materno. Non si tratta di essere contrari alla tecnica, ma di domandarsi se queste tecniche non finiscano con lo stravolgere il senso della procreazione umana. Tornando alla cronaca, per curare il bambino talassemico sono stati prodotti dieci embrioni, ma solo tre sono stati scelti per l’impianto. Perché il bambino malato ha più diritto degli altri sette di vivere? Solo perché quei sette non sono visibili?

Questa sembra la risposta più immediata…

L’unico modo per riconoscere la persona umana è la sua presenza corporea e dal punto di vista scientifico l’embrione è un essere umano, cioè, in termini filosofici, una persona allo stadio embrionale. Perché non è sufficiente essere vivi e appartenere alla specie umana per essere rispettati? Occorre anche manifestare particolari qualità? Capovolgiamo la prospettiva: se una persona nasce sana e poi si ammala, non per questo cessa di essere persona umana. Allora le alternative sono due: o il diritto alla tutela è dell’uomo in quanto tale, oppure dichiariamo che solo alcuni tipi di uomini con determinate caratteristiche possono godere di questo diritto”.

…come dire che il progresso scientifico porterebbe a privilegiare solo pochi prescelti?

Si sta verificando una doppia regressione, biologica e morale. Biologica, perché solo animali biologicamente poco sviluppati si riproducono in modo asessuato, pensiamo ai pesci. Grazie alla tecnica, oggi l’uomo può riprodursi senza alcuna relazione sessuale, mischiando patrimoni genetici e plasmando le prime fasi dell’esistenza dei suoi figli. L’altra è una regressione culturale: l’idea che la persona abbia valore o perché appartiene ad un popolo o perché ha certe caratteristiche, fisiche mentali, di salute, appartiene alla preistoria, per così dire, dell’umanità. Dunque l’idea della selezione non è nuova, oggi si usano solo tecniche molto più sofisticate per discriminare l’uomo.

L’etica ha storicamente un valore nella regolamentazione della vita e della società. Perché oggi è così difficile trovare parametri morali condivisibili da tutti?

Facciamo una distinzione. Dal punto di vista sociologico, da sempre esiste quello che chiamiamo il pluralismo etico. Ma questo fatto non può farci dimenticare l’esigenza di trovare delle verità morali universali, cioè verità in grado di esprimere ciò che ci accomuna come uomini. L’universalità dei criteri morali non è né l’uniformità né l’univocità delle forme della vita morale. Noi rischiamo di rinunciare a questa prospettiva chiudendoci in sorta di localismo morale, in un relativismo “morbido” che solitamente è espresso così: “per me questo è bene, ma tu fai pure quello che credi”. In altri termini: non si rinuncia a dire che cosa è bene, ma si rinuncia a pensare che si possa trovare un bene che sia per noi, cioè si rinuncia a credere nell’eguaglianza sostanziale tra gli uomini. Il problema è quello di riconoscere una gerarchia di valori. Tutti parlano del bene della famiglia, dei figli, della coppia, ma non si riesce a stabilire una priorità nei beni da salvaguardare se ognuno pensa nei termini del “per me è così”, senza sforzarsi di chiedersi, ma è veramente così? E l’unico modo per rispondere è l’uso della ragione, attraverso le argomentazioni.

Ma questo è il tempo dei dibattiti sugli schieramenti, chi è a favore e chi è contro…

“Questo è uno dei nodi difficili del nostro tempo. Siamo sottoposti ad una sovraesposizione morale nel momento in cui ci viene chiesto di prendere posizione su fatti di cui non abbiamo esperienza diretta, né conoscenze specifiche (fecondazione assistita, trapianti, pacifismo, eutanasia, nucleare…). Non abbiamo l’opportunità di ascoltare delle argomentazioni, siamo soli, di fronte a una serie di artifici retorici che forzano i nostri giudizi”.

Prendiamo ad esempio la legge sulla fecondazione.

Non abbiamo potuto pacatamente prendere in considerazione, al di là degli schieramenti ideologici e delle motivazioni confessionali, l’insieme delle ragioni, a favore o contro. Alcune voci sono state totalmente assenti: abbiamo mai sentito la voce delle donne che non hanno portato a termine la gravidanza (e sono l’80% delle persone che non hanno ottenuto successo con la fecondazione in vitro)? La voce degli psicologi che hanno registrato il vissuto delle coppie e delle donne? Abbiamo mai messo in conto che, la di là degli aspetti tecnici e degli enormi guadagni, ci sono questioni culturali e sociali da considerare? Abbiamo mai messo in discussione che voler essere genitori rischia di diventare una forzatura della propria condizione quando diventa il motivo per tenere insieme la coppia, o per superare il fallimento dovuto alla sterilità, o per ovviare all’assurdo senso di colpa che la società addossa a chi non può generare? Senza dare giudizi a priori, solo dopo che si è riflettuto su tutto questo, si dovrebbe giudicare questa legge.

C’è una responsabilità sociale in questa mancanza di riflessione?

Paradossalmente siamo sommersi da dibattiti, discussioni, interviste, e via dicendo, ma siamo privati di strumenti per valutare, soffocati da un sentimentalismo che gioca tutte le sue carte sugli effetti immediati, sui colpi di scena: il tempo per pensare si è fatto troppo breve perché ogni tempo è riempito da qualcosa che ci permetta di non pensare troppo.

Qual è in questo contesto il ruolo della filosofia?

Purtroppo oggi la filosofia rischia di avere soltanto una funzione accessoria.. Nell’epoca in cui il progresso scientifico e tecnico tenta di rispondere anche alle domande esistenziali, la filosofia coltiva i suoi territori autoreferenziali, vittima anch’essa della cultura del festival, del “pensiero della domenica”, incapace di una riflessione profonda sulle condizioni cruciali dell’esistenza, sulle profonde trasformazioni della nostra esperienza. Un esempio è la fragilità odierna di fronte alla sofferenza. Si riscontra una disperazione latente nel momento della prova, perché viene a mancare la speranza. Al più attendiamo i progressi della scienza, ma non sappiamo più sperare, per questo non sappiamo essere creativi anche nelle difficoltà. La filosofia deve riflettere su se stessa e chiarire questioni vitali come questa, se non vuole auto emarginarsi compiacendosi della propria storia passata.

Emanuela Gazzotti